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SPMBT AAR Ancora in Libia

Discussione in 'Le vostre esperienze: AAR' iniziata da Luigi Varriale, 14 Gennaio 2020 alle 22:46.

  1. Luigi Varriale

    Luigi Varriale

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    Arrivo all’aeroporto Mitiga International di Tripoli in una mattina nuvolosa Ci metto un buon paio d’ore a recuperare il bagaglio, costituito essenzialmente dalla mia borsa con l’apparecchiatura elettronica per il reportage. Per quanto riguarda invece il bagaglio a mano, esso è tutto contenuto in uno zaino. Vado a lavorare in una zona di guerra; gli effetti personali sono ridotti al minimo.

    Sulla pista, mentre aspetto il pulmino che ci porterà al terminal, prime impressioni di un paese in guerra. C’è un Mil-35 parcheggiato vicino ad un hangar con mimetizzazione desertica, affiancato da un Mil-8 da trasporto medio. Non vedo jet militari. La mia intenzione in questo periodo di permanenza qui in Libia è quello di darvi un resoconto di quello che sta avvenendo e che avverrà dal punto di vista politico militare. Ho fatto il corrispondente di guerra per 20 anni sui teatri di mezzo mondo, ed ho sviluppato una certa conoscenza di cose militari. Ma questa è la prima volta che lavorerò per me stesso e potrò quindi scrivere quello che mi pare, esattamente come le vedo, senza nessun condizionamento da parte di nessun capo redazione e/o direttore. Questo penso che sia il compito a cui ogni buon giornalista, dovrebbe assolvere, ed ancor di più in un campo difficile e complesso come quello delle operazioni di guerra, dove trovare le informazioni è difficile e riportarle in maniera obiettiva, ancora più difficile.

    La mia venuta qui si basa sull’autorizzazione del Governo di Accordo Nazionale, per mezzo del suo Dipartimento per l’Informazione, ed anche su di un accordo con il comandante di un gruppo di private contractors, “Vanguard International” formato da personale italiano. Il nome di costui risponde ad un semplice acronimo: Charlie.

    E’ Charlie stesso che viene a prendermi all’aeroporto, in abiti civili ed armato di una Beretta standard calibro nove che porta in una fondina ascellare nascosta all’interno della giacca estiva marrone chiaro. Il ragazzo, che scoprirò dopo avere 27 anni, nota che ho già messo gli occhi sul suo “armamento”; mi sorride.

    “Non si preoccupi” afferma. “Ho il porto d’armi”.

    “Immagino che ce l’abbia” rispondo ricambiando il sorriso, mentre quello mi aiuta a caricare la borsa con la mercanzia elettronica sul divano posteriore di un SUV Mitsubishi anch’esso con colori mimetici desertici. Non posso fare a meno di notare nel vano posteriore una mitragliatrice leggera belga FN completa di nastro munizioni e tutto.

    Il viaggio dall’aeroporto alla nostra destinazione, un complesso residenziale nel quartiere Al Jahid, posto nella parte sud est della città, dura circa una ventina di minuti, in un traffico moderato ma molto indisciplinato. Si respira un ambiente abbastanza normale in città. Non sembra almeno a prima vista un’atmosfera da paese in guerra. Ma non abbiate dubbi; siamo alla vigilia di un’offensiva annunciata da parte del Generale Khalifa Haftar che ha come obiettivo niente popò di meno che la conquista di Tripoli stessa e la rottamazione forzata del Governo di Accordo Nazionale. Eppure non avverto nessuna particolare tensione in città. Potrebbe essere solamente una falsa impressione.

    Charlie parcheggia il fuoristrada in un vialetto alberato. Scendiamo, scarichiamo l’armamentario mio e suo. la FN da 7.62 che allegramente Charlie trasporta all’interno dell’edificio nel quale mi invita ad entrare. Saliamo al primo piano di quella che sembra essere una palazzina piuttosto moderna adibita ad uffici. Charlie apre la porta, l’ultima a destra in un corridoio non molto illuminato e mi trovo di fronte a cinque uomini seduti in torno ad un tavolo da conferenza piuttosto ampio di forma ellittica. Tutti e cinque sono abbigliati con abiti civili ma di taglio decisamente militare, per esempio tutti indossano scarponcini non proprio militari ma chiaramente molto pratici per operazioni militari; lo stesso per il resto dell’abbigliamento, tutto in tono cachi da deserto.

    Charlie fa le presentazioni; i cinque uomini si presentano con i nomi di Sergio, comandante in seconda, Andrea, Federico, Luca e Pierre. L’ultimo tizio è l’unico non italiano, infatti mi dice di essere belga ma parla comunque un ottimo italiano. Mi fanno accomodare ed esauriti i rapidi convenevoli che servono anche per passare rapidamente dal lei al tu, mi snocciolano le condizioni prendere o lasciare del nostro accordo di lavoro. E’ il comandante in seconda Sergio a prendere la parola. Un tipetto sulla quarantina asciutto, affilato dai capelli radi e con un’aria vagamente intellettuale. Assolutamente quello che non si definirebbe un uomo di guerra.

    Nulla di scritto, semplicemente un colloquio tra parti coinvolte in un progetto comune. Charlie se ne sta in silenzio ad ascoltare, ma dalla sua espressione è chiaro che non solo è ben a conoscenza di queste regole, ma che ha anche largamente contribuito a definirle.

    “Per prima cosa volevamo renderti noto che potrai scrivere quello che vorrai su tutto quello che vedrai, senza alcuna limitazione. Ma nessuna immagine fotografica nostra o dei luoghi nei quali ci troveremo ad operare, ed a maggior ragione, nessun video. Quello che scriverai non sarà soggetto ad alcun controllo da parte nostra, per il semplice motivo che non potrà essere divulgato fino a quando il ciclo operativo non sarà concluso. Naturalmente lo scopo di ciò è unicamente quello di preservare la tua e la nostra sicurezza durante le operazioni. Per cui scrivi tutto quello che devi scrivere, con l’unica accortezza di conservare il materiale fino a quando non avremo terminato con quello che dobbiamo fare. Domande? Ed a proposito di domande, ti chiarisco subito che non c’è alcuna limitazione al tipo di domande che ci puoi fare. Noi cercheremo sempre di rispondere nella maniera più veritiera possibile. Del resto mi pare che uno dei motivi per cui sei qui”, Sergio prende dal tavolo una copia della lettera di motivazione che presentai a suo tempo al gruppo, “ è quello di esplorare a fondo il mondo dei military contractors.

    “Quanto durerà questo ciclo operativo?”

    “Per il momento siamo ancora sotto contratto per un mese. Ma con gli eventi che incombono mi sa che il contratto verrà sicuramente prorogato, sempre che in questo mese non crepiamo tutti”. Una serie di sorrisetti sardonici appare intorno al tavolo. Andrea si tocca in mezzo alle gambe, il che trasforma i sorrisetti in risa aperte. “I compiti che svolgiamo qui ti verranno spiegati tra poco. Come ben sai siamo alla vigilia di un’ offensiva del LNA, e saremo probabilmente chiamati a svolgere attività che vanno oltre a quelle che abbiamo svolto fino adesso. Non è escluso che ci troveremo anche in operazioni di combattimento vere e proprie; sei conscio di questo? Te lo chiedo perché dovrai firmarci una liberatoria che esenta la compagnia da ogni responsabilità nel caso ti succeda qualcosa durante la tua permanenza con noi”.

    “Ne sono assolutamente conscio ed è per questo che sono qui”.

    Si inserisce Federico nella conversazione in tono tra il serio e lo scherzoso.

    “Sei venuto qui a vedere la guerra vera?”

    “Sono stato in zone di guerra prima d’ora, anche con le truppe di prima linea. Il vero motivo per cui sono qui è per poterla raccontare per la prima volta per quello che è e non per quello che la stampa per la quale ho lavorato in passato vuole farla sembrare; sotto ogni aspetto, sia esso politico o militare”.

    “Qui di politico ci troverai poco” interviene Charlie. “Noi siamo qui per svolgere un particolare e ben definito compito di natura militare, non ci poniamo problemi di natura politica”

    Gioco con la mia penna, guardando il pavimento.

    “L’avete già fatta una scelta di tipo politico se lavorate per una parte invece che per l’altra” rispondo non staccando gli occhi dal pavimento.

    “Assolutamente no. Lavoriamo per questa parte perché è stata quella che ha richiesto i nostri servigi. E lo avesse fatto l’altra parte, lavoreremmo per quella.”

    “Mi stai dicendo che lavoreresti per qualunque tipo di canaglia richiedesse i tuoi servigi?” Decisamente comincio subito con le domande imbarazzanti.

    “Ti sto dicendo che la scelta non dipende da chi richiede il servizio, ma da che servizio richiede. Una delle belle cose del mestiere di mercenario è che in ultima analisi puoi lavorare anche per Belzebù, ma sei sempre tu a decidere come condurre le operazioni che ti vengono assegnate, non devi obbedire agli ordini di nessuno. In ultima analisi se quello che ti viene richiesto non ti piace, non accetti l’incarico punto”

    Sono sorpreso dal fatto che Charlie usi la parola mercenario con tale assoluta naturalezza. Normalmente i mercenari sono molto sensibili all’uso della parola.

    “E Sarraj che tipo di servigi vi ha chiesto?” Parto subito in quarta.

    “Il governo qui ha delle forze militari; più o meno. In realtà si tratta di un’accozzaglia di milizie di vario tipo e di varia matrice politica o religiosa, ognuna responsabile di una determinata zona. Per il momento combattono tutte dalla stessa parte perché hanno un nemico comune. Ogni tanto si forma una nuova unità, o perché qualcun altro decide di prendere le armi o perché occorre sostituire una forza che viene completamente distrutta. Le due parti sono in continua competizione per aumentare le proprie forze. Le armi non mancano ed i soldi nemmeno. Ogni nuova unità militare del GNA che viene formata passa da noi per l’addestramento militare se reputa di averne bisogno o se il governo reputa che ne abbia bisogno. Per esempio adesso gli edifici intorno a questo ospitano una compagnia di una cinquantina di uomini che noi stiamo addestrando per combattere. Io e gli amici qui formiamo la squadra comando di questa compagnia, se capisci cosa intendo”.

    “Oh si capisco, ma una cinquantina di uomini non è un po’ poco per definirla una compagnia” preciso tentando di dimostrare ai miei interlocutori quanto sia versato in cose militari.

    “Non qui” riprende Charlie. “Non ci sono vere unità militari qui in Libia. Ho visto gruppi di un paio di centinaia di uomini essere chiamati brigate.

    “Come funziona la catena di comando? Voglio dire, voi come siete inseriti nella catena di comando?”

    Prende la parola Federico, che quindi presumo si occupi di questo aspetto. Federico è un ragazzone di quasi due metri. Un ottimo bersaglio penso mentre lo osservo per la prima volta con attenzione. Grossa chioma nera, per nulla militare, sulla ventina inoltrata, largo quasi quanto è lungo.

    Siamo in contatto diretto con lo stato maggiore del Generale Al Juwali che è il comandante in capo delle forze militari del Governo di Accordo Nazionale. Riceviamo ordini ed informazioni da questo organo di comando. Devo anche dirti che siamo una delle poche unità che rispondono con prontezza alle disposizioni. Questo fa di noi una delle cosiddette unità affidabili che il governo ha a disposizione. Non sempre le varie milizie sono pronte a rispondere ai comandi del generale, e questa è una delle ragioni per la quale le forze del governo si trovano sulla difensiva da mesi. Secondo noi, le forze della controparte sono meglio organizzate. Da quello che ne sappiamo, non credo siano più numerose”.

    “Quante unità militari avete addestrato fino a questo momento?”

    “Fino adesso quattro. Si tratta di un lavoro complesso e abbastanza lungo se vuoi farlo bene”, continua Federico. “Quando consegniamo un plotone o una compagnia di fanteria addestrata, questi sanno più o meno usare le armi che hanno in dotazione senza ammazzarsi da soli e sanno muoversi sul terreno con un minimo di sicurezza tattica. Se avessimo più tempo, potremmo fare meglio, ma il tempo non è una risorsa molto abbondante qui. C’è sempre urgenza di immettere nuove unità nelle operazioni”.

    “Mi hai parlato dell’uso delle loro armi. Come sono armati i miliziani del governo?”

    “Essenzialmente con fucili d’assalto, mitragliatrici leggere e razzi anticarro RPG. Normalmente gli RPG sono assegnati alle singole squadre, mentre le mitragliatrici no, perché sono meno diffuse. Per esempio il reparto che stiamo addestrando adesso ha 6 razzi RPG, ma solo tre mitragliatrici, senza contare le nostre armi”.

    “Giusto; e le vostre armi?” Mi affretto a domandare oramai lanciato a pieno ritmo ed armato di penna e taccuino su cui segno tutto quello che metterò in ordine dopo in forma digitale.

    “Siamo armati in maniera piuttosto pesante”, mi risponde Andrea; tipo bassotto e tarchiato, con capelli neri a spazzola ed una faccia larga e piatta da Bulldog. “Abbiamo 10 carabine americane M4 con i relativi lanciagranate da 40mm, un’arma di reparto M 249 Minimì ed un lanciamissili anticarro Gustav per trattare con i clienti pesanti. Poi, abbiamo due SUV per il trasporto della squadra e delle armi, armati ognuno con una mitragliatrice da 7,62 che possiamo montare su un supporto girevole sul tetto. Tutta la squadra ed il suo armamento ed equipaggiamento può essere contenuta nei due veicoli, cosicché possiamo dire di essere interamente motorizzati”.

    “I vostri rapporti con questa gente?”

    “Ottimi direi” riprende Charlie “I clienti sono soddisfatti del lavoro che stiamo facendo, altrimenti non saremmo già più qui”.

    “Intendevo dire con la popolazione”

    “Ah ok; qui devi imparare ad adattarti in fretta. In questo paese noi siamo degli ospiti e ci limitiamo a seguire le regole della casa. Se vedi un marito che mena la moglie, ti fai gli affari tuoi che qua la cultura è così, e che se magari intervieni è la moglie stessa che ti prende a scopate in testa”. Sorrisi e risate all’indirizzo di Pierre il Belga.

    “Bisogna stare attenti in generale con le donne qua” continua Luca, l’unico che non era intervenuto fino a quel momento. Indossa il suo giubbotto cachi con un emblema della brigata paracadutisti Folgore. “La cultura locale è molto restrittiva in queste cose qui; come ai tempi della mia bisnonna. Specialmente qui in città è pieno di milizie strettamente osservanti la legge coranica. Nei quartieri dove ci sono loro, non senti nemmeno musica, non si gioca non si fuma, non si fa nulla. Suq Al Jumar per esempio, il quartiere vicino al nostro, è presidiato da una milizia che pratica la Shari’a; è un gruppo proveniente da Benghazi che si è dissociato dalle altre forze bengasine di Haftar. Quelli sono matti da legare; dove ci sono loro non vedi nemmeno la gente per strada dopo una certa ora del pomeriggio. Ad ovest, dove c’è l’ospedale principale della città, ci sono I Mujahideen. Non ho capito se sono Afghani o cosa. Anche lì bisogna stare molto attenti; non hanno molta simpatia per gli occidentali in generale. La scorsa settimana ci è mancato poco che ci sparassimo a vicenda solo perché non volevano farci usare l’ufficio postale per spedire alcune cose in Italia”.

    “E siete riusciti?”

    “No”

    “Occorre stare molto attenti” riprende Charlie “Non vai da nessuna parte se non sei con uno di noi e non ti prendi iniziative personali se non te lo diciamo noi; chiaro?”

    “Forte e chiaro rispondo senza esitazioni”.

    “Con le comunicazioni come fate? Voglio dire i vostri studenti mica parlano italiano”.

    “No, ma abbiano Pierre qui che conosce ogni dialetto arabo esistente e soprattutto conosce bene come ci si comporta con questa gente. La cosa è importantissima, tanto per cominciare per essere efficienti nella missione di addestramento; per rivolgerci meglio agli studenti. Se non stabilisci un rapporto socialmente accettabile con loro diventa difficile trasmettere alcuna tecnica o conoscenza. Una volta un tizio che era nell’esercito mi ha raccontato di un team di istruttori americani che come prima cosa hanno cominciato a dare al gruppo che stavano addestrando nozioni di igiene personale e igiene degli ambienti di caserma. Non ti dico il successo della missione. Il sottufficiale libico ha detto subito all’interprete di comunicare all’Americano che erano lì per insegnargli a combattere, non a lavarsi ”

    Mentre sto per rivolgere un’altra domanda a Charlie, un suono proviene dal Lap Top che c’è sul tavolo. Federico ci mette subito le mani ed armeggia con tastiera e mouse con molta velocità ed efficienza. Non passano trenta secondi, che alza lo sguardo rivolgendolo agli altri membri del gruppo.

    “Ci sono mezzi militari di Haftar in uscita da Bani Waled ed altri identificati in avvicinamento a Quaran El Sabeh. L’ufficio dello stato maggiore del Generale Al Juwali dice che è l’offensiva”.

    “Ok” dice Charlie. “Fede rimani connesso con il comando e portati dietro il computer anche quando vai al cesso. Andrea voglio tutto l’equipaggiamento in condizione mobile in un ora. Pierre, vai a svegliare i Libici che potremmo avere ordini di muoverci in qualunque momento e Luca; prepara tutta la tua sala operatoria al più presto e caricala su mezzo due”.

    Mentre Charlie dirama gli ordini, suona pure il cellulare di Pierre. Parla per 30 secondi al telefono ripetendo sempre la stessa parola; e cioè si.

    Quando mette giù, conferma che il comando ordina di tenersi pronti ad operare al più presto. Dettagli seguiranno. Tutte le unità militari del GNA sono in stato di allarme. Pare che Haftar si stia muovendo in direzione dell’aeroporto internazionale a sud della città; il Tripoli International ed anche in altre direzioni.

    Non ho il tempo di dire nulla che quattro uomini della squadra sono già scomparsi. Nella sala rimango da solo con Charlie e Sergio. I quali si mettono immediatamente a discutere, carta alla mano su come rispondere ad eventuali ordini che dovessero provenire dal comando.
     
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    Ultima modifica: 14 Gennaio 2020 alle 23:37
  2. Iscandar

    Iscandar

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  3. Luigi Varriale

    Luigi Varriale

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    Allora andiamo !

    Passiamo il pomeriggio e la sera io e Charlie nella “sala situazione” che è poi la stanza dove ho avuto il mio primo colloquio con il gruppo Vanguard, a cercare di capire che cosa sta succedendo. Il comando, che sta di fronte al ministero delle finanze in centro, ci tiene aggiornati tramite messaggi e mappe allegate, e tiene tutte le unità dipendenti informate della situazione man mano che le forze al fronte comunicano gli avvenimenti.

    Forze nemiche sono state individuate ai piedi del Mit el Alibin, un rilievo collinoso ad una ventina di chilometri a sud di Tripoli. Si tratterebbe di fanterie e tecniche, alcune delle quali armate con mitragliatrici antiaeree pesanti ZPU da 14.5mm. Sembra che siano state identificate anche autoblindo BRDM. Quindi mi precisa Charlie non solamente milizie, ma pure reparti scelti da ricognizione. Charlie mi informa anche che le forze di Haftar hanno anche tra le loro fila alcune unità dotate di armamenti relativamente potenti e moderni come BRDM-2, ed i carri T-55 e anche qualche T-72 prelevati dai vecchi arsenali governativi. Si sa per certo che esiste un reparto comandato dal secondogenito di Gheddafi che ha addirittura in dotazione un certo numero di BMP-3 recentemente donati dalla Russia.

    “Quindi i ribelli hanno armamenti superiori ai nostri” chiedo a Charlie che chino sullo schermo del computer osserva attentamente tutti gli aggiornamenti che arrivano.

    “Alcune delle loro forze si; hanno roba relativamente moderna” mi risponde mentre rimae assorto sull'evolbersi delle schermaglie iniziali.

    Poi proprio mentre stiamo discutendo della qualità degli armamenti delle forze di Haftar, a Charlie scappa una bestemmia.

    “Eccoli qua! Sono comparsi gli uomini di Gheddafi”, esclama mentre batte con il dito sulla parte destra del monitor. Un gruppo di miliziani della città di Misurata, considerati tra i più duri ed incalliti veterani, delle forze governative, hanno appena riportato di essere sotto il fuoco di veicoli ed armi pesanti, tra cui appunto BMP, semoventi antiaerei del tipo ZSU e BRDM. La brigata dei Misuratini accusa la perdita di un plotone di tecniche che erano di guardia alla strada tra Quaran Al Sabeh e la depressione di Al Muniba, a circa 13 chilometri a sud est della capitale. Sono stati presi di sorpresa. Charlie mi dice che ora sono ca**i perché tra Quaran Al Sabeh e Tripoli non è che i governativi abbiano molte forze; solamente la brigata Zintan sulle alture di As Biha ad est della parte nord orientale della capitale.

    Quella della comparsa del reparto di Saif al-Islam Gheddafi in uno dei punti meno difesi del fronte governativo è una pessima notizia dice Charlie. Non è escluso che chiamino noi ad intervenire. Aggiunge che noi siamo uno dei reparti tappabuchi a Tripoli Est insieme alla brigata di fanteria del concilio della Shari’a di Bengasi, una simpatica combriccola di fanatici e facinorosi che si è dissociata da Haftar, in quanto lo considerano troppo laico.

    Mentre io ed il boss siamo al primo piano ad osservare gli sviluppi della situazione, gli altri uomini di Vanguard sono impegnati nelle attività pomeridiane di addestramento dei miliziani tripolini che ci sono stati assegnati, ma tutti sono sempre in contatto con Charlie in caso di emergenza o di ordini improvvisi. Per il momento non ne arrivano, e Charlie pare sollevato. L’idea di vedersela con uno dei “pugni duri” delle forze di Haftar non è una buona prospettiva per nessuno.

    “Magari il figlio di Gheddafi ha pure dei carri” afferma da ultimo Charlie sconsolato.

    Stabiliamo i turni di guardia durante la notte; qualcuno deve sempre rimanere a monitorare la situazione e a ricevere gli ordini eventuali. Esiste un codice che il comando fa precedere a qualunque ordine di movimento, ed uno per ognuna delle unità eventualmente coinvolte. La procedura nostra interna è che se si vede il codice destinato al gruppo, si va immediatamente a svegliare Pierre, il quale si mette in comunicazione diretta con il comando, od in mancanza, si ricevono gli ordini in Inglese, scritti od orali.

    Durante la notte, la situazione della brigata di Misurata peggiora di ora in ora. Il comandante, un tale capitano M. segnala di star essendo oramai travolto da forze enormemente superiori che premono lungo l’asse stradale Sabeh – Biha e che non ha molta scelta se non quella di tentare di ripiegare. Intercettiamo l’ordine dato alla brigata Zintan di convergere lungo quell’arteria e di stabilire una posizione di blocco all’altezza della depressione di Al Muniba.

    “Non va; non va così” commenta Charlie quando scatta la seconda parte del nostro turno di sorveglianza. Alla luce fioca del monitor del computer il comandante di Vanguard mi fa notare che il comando sta mandando le forze contro l’avanzata di Haftar all’estrema destra dell’arco difensivo intorno a Tripoli, una unità alla volta, con il rischio che il nemico le distrugga appunto una alla volta.

    “l’alternativa e che mandino noi ad est” mi azzardo a far notare.

    “Noi o i tizi di Bengasi” mi corregge Charlie.

    “O magari tutti e due” concludo io sempre più interessato ed allo stesso tempo preoccupato.

    “All’angolo sud della città, nel quartiere di Al Ashan c’è anche la brigata dei pazzi rivoluzionari di Tripoli. Hanno un paio di camionette amate di mitraglie contraeree pesanti e magari potrebbero contribuire anche loro ad arrestare il nemico ad Al Sabeh” Mi dice Charlie indicandomi il citato quartiere alla periferia sud est di Tripoli.

    “Ma conviene combattere in campo aperto contro forze superiori?”

    “No, a meno che non si riesca a concentrare forze pari, o almeno inferiori di poco. Quarar el Sabeh è un villaggio abbastanza piccolo ed allo stato attuale i nostri ne tengono ancora la metà. Forse vale la spesa provare a difenderlo; ma se non si riesce io porterei il combattimento qui in città”.

    Arriva comunque l’alba e ancora non si è ancora deciso niente. Le nostre forze sono pronte a muovere; tutto l’armamentario caricato sui veicoli, siamo pronti ad una campagna fuori città anche di molti giorni. Una simpatica coppia che gestisce un alberghetto nel distretto commerciale di Al Trashana, ha lavato tutta la biancheria dei ragazzi nostri e libici, che a preso a cuore un po’ come se fossero loro figli. Sono sinceramente rattristati dall possibilità che noi ci si muova. Il marito continua a ripetere che se ce ne andiamo addio sicurezza per lui e per il suo ostello.

    Comunque ordini di muovere non ne sono ancora arrivati. I proclami del comando hanno un tono di serietà per la situazione in atto ma non trasmettono ancora alcuna nota di preoccupazione.

    Durante la giornata la situazione della brigata misuratina precipita al punto che il suo comandante non crede più di poter sfuggire alle forze meccanizzate nemiche. Questa è un’evidente sconfitta per le forze governative a Sabeh, con minaccia delle truppe di Haftar sul fianco destro dello schieramento nostro e minaccia su Tripoli Est. Rimaniamo sulle spine per quelle che saranno le decisioni del comando. Secondo i rapporti, le forze ribelli già dilagano lungo la strada per As Biha, e con i dati trasmessi finora sulla sua consistenza del nemico, Charlie dubita molto che la pur valente brigata Zintan possa fermarlo da sola in pieno deserto. Le soluzioni sono evidentemente o di intercettare le forze nemiche lungo la strada, ma con forze adeguate, o preparare la difesa della periferia est di Tripoli. Dal punto di vista politico la soluzione uno sarebbe di gran lunga la più conveniente; si eviterebbe di ammettere di essere alle strette dopo solo due giorni di combattimenti. Ma occorre mettere insieme forze adeguate e soprattutto motorizzate; e né noi, né la brigata bengasina, e né tanto meno la brigata dei rivoluzionari tripolini siamo motorizzati. Di tutto il plotone noi abbiamo motorizzata solo la squadra comando. I Libici dovrebbero seguire o precedere a piedi o con qualche veicolo di fortuna. Nelle stesse condizioni, come detto sono le altre due "brigate".

    A sciogliere il nodo gordiano arriva verso ora di pranzo un ordine diretto del comando.

    A noi viene affidata la difesa della parte est del quartiere Al Joumar, che controlla le due strade centrali di accesso alla parte est di Tipoli. La brigata dei rivoluzionari rimane ferma ad Al Ashan e ne assicura la difesa. La brigata dei fanatici shari’a bengasini assicura la difesa della zona della moschea di Albaser. A nord est, a ridosso dell’aeroporto Mitiga. La brigata Zintan fa dietro front lungo la strada per Tripoli e si pone in riserva tattica di tutto qesto dispositivo. L’ordine operativo che arriva per e-mail è quattro pagine lungo, ma a Charlie è subito chiaro quello che deve fare e quanto difficile sia la missione, per lo meno fino a quando non arriva la brigata Zintan. In ogni caso l’indirizzo strategico è quello di usare l’abitato per la difesa; concetto che trova pienamente daccordo Charlie. Occorre fare tutti i preparativi: individuare le zone nevralgiche da difendere, fortificare gli edifici coinvolti, evacuare la popolazione civile. Tutto lo staff dell’unità si entra quindi in azione per organizzare i prossimi compiti. Ci sono molte cose da fare e come al solito, poco tempo.
     
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  4. Luigi Varriale

    Luigi Varriale

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    Ora Charlie comincia a sbracciarsi per organizzare la “Brigata” Vanguard (una scarna compagnia su due plotoni ed una squadra comando, al fine di farla muovere verso la zona assegnata. Scendo con lui negli acquartieramenti dove ci sono le truppe libiche che Charlie comanda e mi trovo di fronte ad uno spettacolo che non mi aspettavo così miserando nemmeno nelle mie cogitazioni peggiori. Non che l’efficienza di un reparto militare si giudichi solo dall’aspetto, ma qui si rivela tutta la disorganizzazione del Governo di Accordo Nazionale. Ci sono tre squadrette di 7 uomini, armati con fucili d’assalto misti AK 74, AKM e altre simili armi del blocco orientale made in più di un paese. Ognuna delle squadre ha mi pare un RPG, e questo e tutto l’armamento sfoggiato dalle nostre milizie. Alcuni uomini hanno anche delle bombe a mano di un tipo che non conosco, ma non sono certo un esperto di bombe a mano. Ma quello che è più impressionante è l’equipaggiamento di questi ragazzi, alcuni dei quali devo dire esageratamente giovani. La maggior parte vestono solamente abiti civili, alcuni sono in ciabatte, non vedo un elmetto neanche a morire, tanto è vero che vorrei cedere il mio, ma non saprei a chi darlo. C’è qualche rara uniforme di foggia americana e qualcuna forse inglese. Del resto neanche gli istruttori di Vanguard indossano elmetti, ma solamente baeball cap color cachi da cui sbucano i microfoni e gli auricolari per le comunicazioni. Mi pare di poter dire per i libici che almeno le armi sono mediamente in buono stato e ben oliate; questo è buon segno.

    I due ragazzini che dovrebbero comandare i plotoni di fanteria ciabattata, non mi danno invece nessun affidamento. Giovani, imberbi e soprattutto non molto sicuri del fatto loro. Si vede che contano molto sulla guida di Charlie and company, che invece mi danno un’impressione di fredda e distaccata professionalità. Intendo dire che da come si muovono e da come si comportano pare che abbiano fatto queste cose decine e decine di volte, cosa questa credetemi assai rassicurante. I due plotoni di libici sono schierati nel cortile del complesso residenziale, base della brigata. Non mi pare di vedere nessuna manifestazione di disciplina militare, né tanto meno mi pare che gli istruttori ne richiedano. Sergio e Federico si limitano a scambiare qualche parola con i ragazzini in comando con l’assistenza di Pierre che fa da interprete, relativamente all’equipaggiamento e l’inquadramento delle forze. Mi chiedo come si comporterebbero in un eventuale combattiento i libici sotto il comando degli uomini di Charlie. Qui entra evidentemente in gioco il rapporto che si è creato tra loro durante la loro permanenza insieme; fattore per me ancora imponderabile.

    Dal punto di vista puramente organizzativo, e vi prego di notare che non ho ancora discusso di nessuno di questi aspetti con Charlie o con chiunque altro del gruppo, in definitiva la "brigata" è composta dalla squadra comando di Charlie e da due plotoni di fanteria leggera. Esiste un plotone armi pesanti accentrato al comando di Charlie che ha tre mitragliatrici medie PKM da 7.62 con treppiede. Buone armi affidabili e solide. L’ufficiale in comando di questo reparto di mitraglieri mi pare, al contrario dei due sbarbati che comandano la fanteria un solido militare, con tanto di mimetica e basco nero e ben più anziano della media. Secondo me questo qui era soldato anche prima della rivoluzione del 2011.

    E poi naturalmente c’è la squadra di Charlie, ben armata con le sue carabine corte M4 con i lanciagranate e le due Minimì portate da Andrea e Federico. I ragazzi sono su di un tablet per pianificare la rotta di avvicinamento al settore da difendere. Non è previsto nessun contatto col nemico durante questa missione di trasferimento ma non si sa mai. Il plotone di Aziz, che Charlie mi dice essere quello più avanti con l’addestramento, viaggerà in testa e spiegherà la sezione esplorante in testa al plotone. Poi verrà la squadra comando con i due veicoli che marceranno al passo con la fanteria, seguita dal plotone armi pesanti e a chiudere la fila il plotone di Kheil. Io viaggerò naturalmente con la squadra del gruppo Vanguard. L’itinerario dovrebbe essere più o meno uscita dal centro commerciale dal lato sud e svolta a sinistra sulla via che porta al quartiere Souq Al Joumba, che è quello che dobbiamo difendere. Il comando ha ordinato di estendere il settore difensivo fino agli edifici immediatamente a sud della moschea di Albaser, dove dovremmo prendere contatto con elementi della brigata di Benghazi. Il limite sud del settore assegnato sarebbe costituito dal quartiere Al Ahsan dove dovremmo invece prendere contatto con la brigata rivoluzionaria di Tripoli, milizia della frangia tra le più Jihadiste di tutte le truppe che difendono la capitale.

    Charlie osserva l’immagine satellitare sul tablet e mi dice che non c’è verso che la nostra piccola compagnia possa difendere un fronte tanto esteso; si tratta di quasi due chilometri di viali, edifici non facili da controllare o occupare con una forza così esigua. Spera Charlie che quando la brigata Zintan arriverà in città da est, sia possibile affidare a lei parte della difesa della zona assegnata.

    Comechessia ci mettiamo in marcia con due varianti rispetto al piano prestabilito: il plotone di Kheil marcia in testa alla compagnia, mentre quello di Aziz segue sfalsato sulla sinistra. Seconda variante, all’ultimo momento si decide di mandare avanti in avanscoperta i due SUV della squadra di Charlie per conto loro. Si decide che il rischio di contatto con il nemico è praticamente nullo e di inviare quindi i veicoli in esplorazione sino al margine est del quartiere di Souq Al Joumaa, allo scopo di mettere sotto controllo da subito la strada di accesso che dovremmo difendere. Alla guida dei veicoli ci sono Sergio ed Andrea, che comunicano una volta giunti a destinazione, un’altura che domina gli approcci ad est del quartiere di avere truppe e mezzi lungo la strada ad un paio di chilometri. Attimi di tensione seguono inevitabili, fino a quando non si accerta che tali mezzi appartengono alla brigata Zintan, che ripiegando da As Biha, si dirige verso la capitale. Questo la sezione veicolare comunica a noi che viaggiamo con la fanteria libica. Camminiamo per strade praticamente deserte, bazar e negozi sono chiusi. Gli abitanti devono avuto il sentore che qualcosa sta succedendo, e si sono evidentemente chiusi in casa.

    Quando sbuchiamo al di là dell'ultimo edificio del complesso residenziale dove eravamo acquartierati, mi affianco a Charllie che chiude la fila degli uomini della sua squadra, voltandosi di tanto in tanto con tutto il corpo per controllare come procedono i Libici dietro di noi.

    "Cosa succede adesso" gli chiedo affiancandomi a lui.

    "Ci portiamo sul margine est della città. Ci hanono affidato un settore da difendere. Ma se è davvero la compagnia di Gheddafi che sta venendo su, certamente noi non la possiamo fermare. Si tratta di un reparto ben armato e meglio organizzato ed armato; formato prevalentemente da ex personale di carriera del vecchio esercito libico."

    Vede che sono abbastanza perplesso e preoccupato

    "Comunque non preoccuparti; eroismi del ca**o qua non se ne fanno; soprattutto non con queste truppe. Se c'è da menare le mani tu mi stai vicino, fai quello che ti dico di fare e vedrai che non succede nulla. Certo non siamo i Russi a Stalingrado".

    "Ecco un buon aspetti delle truppe mercenarie" penso tra me e me senza dire nulla. "Si fa quello che si può, e quello che non si può si lascia perdere. Un buon modo per restare vivi e lavorare un altro giorno".
     
    Ultima modifica: 17 Gennaio 2020 alle 20:38

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