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La guerra dei nostri nonni

Discussione in 'Media' iniziata da Andrea9, 23 Dicembre 2006.

  1. Pandrea

    Pandrea Guest

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    Mio nonno, ragazzino all'epoca, era staffetta partigiana dalle parti di Domodossola anche lui. Beccato dai tedeschi, vista la minore età lo graziarono e lo spedirono in Germania ai lavori forzati, riuscì a tornare indietro arraggiandosi solo nel 1946.

    Mia nonna, ragazzina anche lei, aveva fatto innamorare un soldato tedesco, che gentilmente durante la ritirata del '45 se la voleva portare in Germania. Fortunatamente il tedesco li avvertì il giorno prima che l'avrebbe rapita, quindi nella notte la 'truccarono' da ammalata incurabile e il tedesco la mattina dopo andò via da solo.
     
  2. Mac Brian

    Mac Brian

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    L'ha avvertita del rapimento? E che rapimento era? :ROFLMAO:
     
  3. Pandrea

    Pandrea Guest

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    Ma sai, lui era innamorato e l'ha intesa come proposta di matrimonio, non ha mica pensato che "io domani passare a prendere vostra figlia, noi sposare in Germania" poteva suonare un tantino male ai futuri suoceri.
     
  4. SkySpace

    SkySpace

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    Mio nonno era un bimbo. Si ricorda l'estrema povertà che hanno provato mentre tentavano di sopravvivere alla guerra. Inoltre l'unico riparo ai bombardamenti, se così si possono definire, erano i fossi. E nella mia zona gli allora bambini chiamavano i bombardieri 'pippo'.
     
  5. andy

    andy

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    Beh è possibile avere reduci in vita: il mio bisnonno che combatté per gli Austriaci (catturato,transiberiana, poi a casa) classe 1887 morì nel 1982 a 95 anni, ossia 34 anni fa.
    Mio nonno materno che combatté nella contraerea tedesca, classe 1927, è morto nel 2006.
    Nonno paterno, classe 1914, combatté in Francia e fu catturato in Alsazia nel 1944, è morto nel 1997.
     
  6. Askaron

    Askaron

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    Mio nonno materno era sommergibilista. Fu spedito a presidiare la Spagna dopo la guerra civile, e poi, nei primi anni della guerra, di difesa a Pola.
    Mio nonno paterno era partigiano in Veneto. Quando il fratello fu catturato, e i tedeschi lo cercavano, fuggì a piedi in Francia, da dove fu poi spedito nella legione straniera in Marocco, quindi in Indocina durante le guerre d'indipendenza. Dopo qualche anno tornò in Italia dopo un lungo viaggio che toccò quasi tutta l'Asia. No, non sto esagerando :D
     
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  7. bacca

    bacca

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    Oh tutti nonni impegnati, io invece nemmeno un uno, solo la casa di famiglia durante la seconda guerra è diventata sede di un comando prima tedesco e poi alleato. Sono sicuro che mio nonno abbia armi sepolte da qualche parte, ma non riuscirò mai a farmelo dire...

    L'unico che ha fatto la guerra era il mio bisnonno, che ho conosciuto, morto a 101 anni. Lui si è fatto la prima guerra sul Sabotino/Podgora , 30° Reggimento Artiglieria da Campagna, è stato ferito prima di Caporetto ed è tornato a casa zoppo.
    In compenso, nel tempo che è stato via, si è trovato 2 volte all'arma bianca, e pare abbia ucciso un "terrone disertore" per cui è stato punito e lo hanno messo legato davanti al pezzo durante una seduta di tiro.
    Tornato a casa è riuscito anche a baruffare con il medico militare (sempre "terrone") fino a farsi revocare l'assegno per la gamba.
    Questa almeno era la sua versione della storia.
     
  8. Daniel Morrison

    Daniel Morrison

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    Mio nonno materno ha partecipato alla seconda guerra mondiale. Era parte del VI° Battaglione mobilitato della guardia di finanza, partecipo alla campagna di Grecia e poi il suo battaglione venne adibito al controllo territoriale di alcune zone del Montenegro.
    Dopo l'8 Settembre rifiuto' di collaborare con i tedeschi e venne internato, fu trasferito al campo di Buchenwald, successivamente venne trasferito in un campo nei pressi dell'Olanda di cui non ricordo il nome ed in fine al campo di Mathausen.

    Il mio bisnonno invece partecipo' alla grande guerra, ma non so molto di più.
     
  9. blubasso

    blubasso

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    Mio nonno materno non l'ho mai conosciuto perche' e' morto sotto i bombardamenti, verso la fine della guerra. Non era un soldato, ma un cameriere. Si e' trovato nel posto sbagliato al momento sbagliato. Poveraccio...

    Mio nonno paterno... E' una lunga storia: mia nonna non si e' mai sposata perche' era la cosiddetta "ragazza madre", in tempi moderni diciamo una single. So che il mio nonno putativo era ricco di famiglia e questo gli ha evitato il fronte, ma ho pochissime notizie di lui: mia nonna non ne ha mai parlato e mio papa' e' stato sempre molto evasivo al riguardo.
     
  10. generalkleber

    generalkleber

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    Essendo parecchio in là con gli anni, oltre ai nonni ho anche padri e zii... Un nonno da parte materna, bersagliere, partecipò alla 1 GM, sul fronte di Venezia. Per anni circolò in casa una medaglia, che è però sparita prima che a me capitasse di interessarmene, quindi non so se citazione o altro. Tornato a casa prese il lavoro di cameriere e fu un donnaiolo instancabile, tanto da diventare poi una sorta di punto di riferimento famigliare: "pieno di donne come zio Romoletto...". Pare che abbia avuto una relazione anche con una dama membro della casa reale, anche qui, purtroppo, tutto si è perso prima che avessi preso interesse alla cosa. Romoletto morì nel 1944 sotto i bombardamenti alleati nei giardini vaticani ove era sfollato insieme a moltissimi del mio paese.
    Mio padre, dopo esser stato militare nei bersaglieri, fu richiamato nel 1939 nella Milizia (la nonna paterna era la fiduciaria locale del Fascio) e fu inviato in Africa, Libia. Qui partecipò all'offensiva Graziani e fu catturato il 3 gennaio '41 a Sollum. Prigioniero in India, si dichiarò non collaborazionista e tornò in Italia solo nel '47. Non sono mai riuscito a comprendere se abbia davvero sparato contro gli Inglesi: le versioni casalinghe nel tempo cambiarono e purtroppo morì che ero ancora troppo piccolo per chiedere.
    Uno zio, marito della sorella di mia madre, fu invece marinaio, imbarcato come artigliere sul Vittorio Veneto, cosa di cui era orgogliosissimo. Partecipò a tutti gli scontri sino a che la nave prese il mare, compreso Matapan e sino alla fine era convintissimo, come gli avevano detto la mattina dello scontro, che una salva del Vittorio Veneto avesse affondato una nave inglese "solo che quei furboni non lo ammetteranno mai". Nel settembre '43 scelse di collaborare con gli Alleati e lavorò con l'Intelligence americana, anche se non so a che livello. Di fatto imparò l'inglese in quegli anni. Dopo la guerra si sposò con mia zia e aderì al Pci. Ovviamente, grazie ai misteri di un'umanita che sapev superare le diverse scelte d'onore, andava daccordissimo con mio pare che, pure, era iscritto al Msi.
    Altro parente acquisito, lo "zio" che fu padrino alla mia cresima. Aviatore sugli Sm79, Medaglia Oro per servizio, M. Argento e Bronzo al valore, era nell'ecquipaggio che silurò la BB Nelson. Avevo il modellino di questa nave e mi spiegava come era avvenuta l'azione...:)
    la triade femminile della mia famiglia unitissima, mia nonna materna, mia madre e sua sorella, mia zia, tutte religiose e vicine alla Chiesa, e quindi di area Dc, si presero svariati bombardamenti americani, perdendo così vari parenti; furono sfollate, beccandosi il disprezzo di chi sfollato non era; stetterò sedute facendo finta di nulla, a mo di panca per nasconderli, su militari italiani dopo l'8 settembre mentre i tedeschi rastrellavano; nutrirono un giovane militare tedesco disperso dopo Cassino; lavorarono con gli americani come lavandaie dopo la liberazione. E forse la vita più dura la fecero proprio loro...
     
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  11. Amadeus

    Amadeus

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    Aprile 1941. Due tozzi autocarri Lancia 3Ro filano veloci lungo una pista appena accennata tra le dune del deserto libico.
    Ai lati di questa breve colonna, un paio di motociclette scortano gli autocarri color giallo sabbia. Sul cassone del secondo Lancia, un caporale dei bersaglieri, moschetto tra le mani, osserva gli altri compagni seduti in silenzio sulle panche dell'autocarro. In mezzo a loro, assicurato al pavimento, un cannone da 47/32 fa bella mostra di sé. I bersaglieri sono addestrati a mettere a terra il cannone e prepararlo al fuoco in quaranta secondi. Hanno provato e riprovato per ore quell'azione e saprebbero ripeterla ad occhi chiusi, in fondo il cannone è leggero - per quanto possono essere leggeri tre quintali.

    Il caporale dei bersaglieri alza una delle mani che regge il moschetto e si aggiusta il soggolo dell'elmetto. Prima della partenza era stato dato l'ordine di mettere via i comodi caschi coloniali con il piumetto ed indossare gli elmetti: il rischio di incontrare il nemico è molto elevato. I due autocarri stanno andando in avanscoperta per la 72^ Compagnia cannoni autocarrata controcarro dei bersaglieri, compagnia che, insieme ad altre unità tedesche ed italiane, sta avanzando nel deserto nordafricano, sotto gli ordini di Rommel, nel tentativo di mettere pressione sul nemico e compensare con la rapidità dell'azione la scarsità di uomini e mezzi.
    Il caporale sa bene che il compito di questa piccola avanguardia è delicato, ha notato che ben due ufficiali sono distaccati con essa: il tenente Rustichelli ed il sottotenente Rini. La mente ritorna a qualche anno prima, ad un episodio accaduto durante il servizio di leva, subito dopo un'esercitazione. Il caporale ricordava il suo comandante di plotone, sull'attenti, che subiva muto gli improperi del colonnello: "Tenente! Se fossimo stati in guerra questi bersaglieri me li avrebbe fatti ammazzare tutti!". Il pensiero corre agli ufficiali che sono ora al comando: saranno più capaci ed attenti del suo vecchio superiore? Il caporale stringe più forte il moschetto e deglutisce.

    Ad un certo punto una vampata ed un'esplosione! Uno dei motociclisti ne è investito in pieno, la moto si impenna e ricade all'indietro in una nuvola di fumo e polvere, il bersagliere che la guidava vola per aria come una marionetta con i fili tagliati. Il motociclista superstite, come da ordini ricevuti, inverte la marcia e corre via ad informare il comando dell'accaduto: è un'imboscata!

    Il silenzio del deserto è rotto da una serie di urla, spari e scoppi. L'autocarro si ferma, l'ufficiale in cabina urla: "Pezzo a terra!". Gli uomini sul cassone iniziano a muoversi freneticamente, il caporale vede il caporalmaggiore seduto a fianco a lui che salta giù: gli va dietro. Una raffica di mitragliatrice in quel momento spazza il camion, Un proiettile prende il caporalmaggiore alla gola e lo uccide sul colpo, un altro proiettile colpisce il piede del caporale che stava saltando dietro il primo ed aveva la gamba all'altezza della testa dell'altro. Alcuni degli altri bersaglieri rimasti illesi, risalgono sull'autocarro e spingono a mano il cannone sulle spalle degli altri che, a terra, mettono il pezzo in batteria e provano a rispondere al fuoco di cannoni e mitragliatrici proveniente dalle dune vicine. Il primo autocarro, già colpito in pieno, stava bruciando buttando in aria una densa nube di fumo nero. Il caporale dei bersaglieri prova a rialzarsi in piedi ma si accorge che la ferita al piede gli impedisce di camminare. Si sentono le urla del sottotenente Rini che s'è messo ai volantini del cannone da 47/32, dopo che il puntatore era stato preso in pieno da una pallottola nemica ed era stramazzato al suolo. Rini urla: "Le granate! Le granate!" ma nessuno riusce a portargli altre munizioni: anche il secondo autocarro viene colpito ed incendiato e le granate, investite dalle fiamme, scoppiano e schizzano in tutte le direzioni.

    Accortisi che, oramai, è impossibile provare a resistere sparando con i cannoni, gli ufficiali si avvedono di un vicino avvallamento e danno ordine ai quindici bersaglieri superstiti di dirigersì lì. Il caporale dei bersaglieri si trascina in quella direzione, si sistema alla meno peggio dietro un avvallamento di sabbia, mette un colpo in canna nel moschetto e prova a rispondere al fuoco. Sparando un caricatore intero alla cieca verso la direzione da cui provengono le cannonate e le raffiche, visto che il nemico ancora non si vede, tra il fumo ed la polvere. Il tiro nemico provoca altri morti e feriti nel piccolo gruppo di bersaglieri rimasti, ad un certo punto, sul crinale di una duna si intravedono i primi fanti nemici. Dal turbante che avvolge il loro capo si capisce che si tratta di una unità indiana. Prima una fila, poi un'altra, poi un'altra ancora. Sono tanti. Per evitare altri inutili morti gli italiani si arrendono. I bersaglieri vengono scortati al vicino forte di Mechili e la truppa viene separata dagli ufficiali. Un medico militare australiano viene informato che alcuni dei prigionieri sono feriti: si avvicina al caporale dei bersaglieri e gli fascia la ferita. Il caporale non sa una parola di inglese ma fa un cenno di ringraziamento al medico, l'australiano abbozza un sorriso.

    I bersaglieri sono sistemati in alcune tende piazzate nel cortile del forte. Ci sono già altri prigionieri italiani, catturati in altre azioni, lo spazio è poco e le tende sono strette. Quella notte il vento fischia forte ed alza sabbia in continuazione. Nella tenda del caporale ci sono altri soldati italiani. Uno di loro, un carabiniere, è gravemente ferito ma non può né parlare né urlare perché ha la mascella rotta. I suoi compagni di sventura passano la notte reggendo, a turno, il paletto della tenda, per evitare che il vento la schiacci su quel corpo dolorante. Nella penombra, il volto tumefatto del carabiniere sembra distendersi in segno di sollievo e di ringraziamento.

    Lentamente arriva la mattina. Si ode in lontananza il rombo del cannone. Si percepisce che il forte è in subbuglio: gli italiani stanno attaccando! Gli inglesi danno ordine tassativo ai prigionieri di rimanere nelle tende: i bersaglieri trepidano in silenzio.
    Dopo ore di incertezza, con il rumore dei combattimenti sempre più vicino, una atmosfera di calma irreale piomba sul forte. Ad un certo punto, da dentro la tenda, il caporale dei bersaglieri mette il naso fuori e vede un gruppo di soldati italiani che avanza dentro il forte, riconosce uno degli ufficiali della sua compagnia che, moschetto in pugno, guida il drappello. Il caporale grida: "Signor tenente, siamo noi!". Urla, risate, abbracci, l'incubo è finito. Il caporale, ferito, viene poi rispedito nelle retrovie e, di lì, rimandato in patria: un bersagliere zoppo non serve a nessuno.

    Quel caporale dei bersaglieri si chiamava Amedeo. Un altro Amedeo. Se fosse ancora vivo, oggi compirebbe cento anni. Se fosse morto in quel tragico aprile, io non sarei qui a raccontarvi questa storia.
     
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