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[CK2-TWK Mod] Il Re d'Inverno. Cronache della Britannia del V° Secolo.

Discussione in 'Le vostre esperienze' iniziata da Winter King, 11 Luglio 2016.

  1. Winter King

    Winter King

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    «Il Re d'Inverno»
    Cronache della Britannia del V° Secolo

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    PREMESSA

    Salve a tutti! Ho deciso di scrivere questo AAR (che seguirà passo passo l'evolversi della partita) dopo aver letto il libro "The Winter King", il Re d'Inverno appunto, che parla della saga di Artù raccontata da uno suo soldato. Il libro, un romanzo che narra l'ascesa di Artù e tutti gli eventi che l'hanno preceduta, descrive in modo molto fedele la Britannia del V° secolo dopo Cristo e pochi decenni dopo il ritiro delle legioni e dell'amministrazione Romana dall'isola. Nel libro la Britannia viene descritta come una terra ormai in preda allo sbando, in cui la nuova religione (il cristianesimo) si fa largo tra paganesimo celtico e rinnovato interesse in quella che fu l'antica religione greco-romana. In particolar modo il libro risalta un sentimento di nostalgia del passato, tra chi rimpiange i Romani e i loro dei, chi crede nel potere dei Druidi e degli antichi dei della Britannia e chi invece viene sedotto dal fascino dell'antico politeismo Orientale. Tutto questo mentre i Sassoni si sono impadroniti di buona parte del sud est dell'isola e premono verso occidente. Una lettura che consiglio a tutti gli amanti della tarda antichità e del medioevo, un libro che se non fosse per la leggenda che attornia la figura di Artù, racconta una vicenda del tutto realistica e plausibile da un punto di vista storico.

    La mod è appunto "The Winter King", mod incentrata sulle vicende dalla Britannia ma anche della Gallia e della Gallia Belgica tra il V° e il VI° secolo DC. Ci sono vari scenari, tra il 410 e il 530, io ho scelto lo scenario "Il Re d'Inverno" che ha inizio nel 479 con l'ascesa di Artù. I personaggi della mod coincidono con quelli del romanzo che a quanto ho capito ha ispirato i creatori stessi. L'AAR avrà sia parti dettate dal gameplay che "romanzate" dal sottoscritto. In ogni caso a fare la differenza saranno gli eventi della partita che, molto probabilmente, si discosteranno da ciò che viene raccontato nel romanzo. Può essere che Artù conquisterà tutta la Britannia, o può essere che gli Irlandesi si faranno strada fino all'India.. vedremo cosa ci riserverà l'AI della mod. Spero che vi piaccia e riesca ad appassionarvi come il libro ha appassionato me, buona lettura!


    PROLOGO
    Artù Pendragon, la Testa di Drago.

    Da qualche parte nelle foreste a sud dell'Isola di Trebes, Regno di Armorica..

    «Abbiamo ripudiato i nostri antichi Dei.. e loro ci hanno abbandonati. Ci puniscono per il nostro tradimento.» mormorò Lanval mentre contemplava l'oscurità della notte. Artù, figlio bastardo di Uther Pendragon, non badò più di tanto a tale affermazione. Benché di sangue reale, non si era mai immischiato nelle faccende religiose. Si trovava in Armorica al servizio di Re Ban, sovrano del Benoic, ormai da molto tempo. Più precisamente da quando la morte in battaglia del Principe Mordred gli costò l'esilio dalla Dumnonia per mano del suo stesso padre, Re Uther Pendragon detto Testa di Drago. I bardi raccontano della prodezza di Mordred e dei suoi uomini, caduti nella lunga guerra contro gli invasori Sassoni durante una sanguinosa e vittoriosa battaglia. In realtà, Mordred era così ubriaco da non riuscire a reggersi in piedi.. e fù Artù a cambiare le sorti di quella battaglia, grazie alla sua tempestività e alla sua armata di cavalieri giunti in soccorso del Principe, suo fratellastro.

    «Il destino di un uomo è nelle proprie mani, Lanval. Credi che a quegli dei, o a questo nuovo Dio cristiano, interessi qualcosa delle sorti della Britannia, o della Gallia?» il compagno d'arme di Artù, nonché Maresciallo d'armata, non rispose e sospirò. La mancanza di fede di Artù era enigmatica e indecifrabile. Alcuni ritenevano che fosse pagano, altri che idolatrasse oscure divnità orientali e ai più sconosciute e misteriose, altri ancora erano pronti a giurare che fosse un discepolo della nuova religione. «So solo che domani ho dei franchi da ammazzare e sto morendo di sonno.». Lanval andò a dormire, mentre Artù restò ancora per qualche ora a scrutare l'orizzonte, riscaldato da un piccolo fuoco da campo. Era inverno, faceva molto freddo, tanto da piegare la volontà di un campione d'armi come Lanval.

    Artù e la Compagnia si trovavano a due giorni di cammino dalla città di Trebes. Trebes era uno spiraglio di luce e bellezza in una terra ormai da tempo abbandonata dagli antichi splendori. I suoi abitanti veneravano gli dei di Roma e della Grecia. Possenti colonne di marmo imbiancate ed edifici così quadrati da essere perfetti dominavano il promontorio dell'Isola. Strade lastricate e gradinate infinite collegavano il piccolo porto al palazzo di Re Benoic. Un palazzo ricavato dall'unione di due antiche ville Romane ancora conservate nel loro splendore. Il Re di Benoic investiva ingenti somme di denaro per preservare la poesia, la letteratura e per assoldare le migliori arpiste e i migliori bardi delle Gallie.


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    Trebes, capitale del Regno di Armorica

    Denaro che, a detta di molti, dovrebbe essere speso per forgiare lance e addestrare soldati. I soldati di Re Ban non sarebbero in grado di affrontare un cagnolino. Artù, invece, era forgiato dal fuoco di mille battaglie. I sassoni e i franchi lo temevano più di quanto temessero il Re di Benoic o della Dumnonia, patria di Artù assoggettata al dominio di suo padre Uther, con cui non aveva un buon rapporto. Artù sogna di tornare in Dumnonia e combattere per la pace e la prosperità di tutta la Britannia.

    La Britannia, tuttavia, è divisa. Ad est i Sassoni continuano a sbarcare sulle coste orientali e si preparano ad una stagione di razzia e saccheggio, mentre a nord i regni di Gwent e Powys devono fronteggiare le scorribande Irlandesi a ovest e degli Angli ad est. Come se non bastasse, Re Gundleus di Siluria approfittava della pressione ad est del Gwent per infiltrarsi nel suo territorio e fare razzia di grano, preziosi e schiavi. A differenza dei regni della Britannia, il Gwent era quello che più aveva conservato gli antichi costumi Romani. I soldati del Gwent erano vestiti alla maniera degli antichi dominatori, che ormai se n'erano andati da due generazioni. Indossavano dei curiosi gonnellini bianchi e delle elaborate armature di cuoio. I loro elmi erano sovrastati da criniere rosse dritte come aghi di un pettine. Armati di lance, lunghe di egual misura e di spade corte che pendevano sul fianco destro, utilizzavano alti scudi ovali recanti l'effige di un toro, il simbolo di Re Tewdric. A detta dei britanni, erano vestiti come delle concubine sassoni. In realtà, il comandante dell'esercito di Tewdric era un certo Agricola, un romano, un uomo che aveva preservato il modo di combattere dei suoi antenati. Alcune voci affermano che sia figlio dell'ultimo governatore della Britannia Meridionale, un tempo conosciuta con il nome di Maxima Caesariensis e ora dominio degli invasori Sassoni, altri che sia un imperatore caduto in rovina. Era un seguace degli antichi dei di Roma, ma si mostrava tollerante verso tutti i culti della Britannia. In confronto alle truppe di Agricola, i razziatori della Siluria sembravano bande di profughi sudici e disorganizzati, capaci solo di razziare villaggi indifesi e abitati perlopiù da contadini e artigiani.

    Artù infine si decise a dormire, conscio della lunga giornata che lo avrebbe atteso il giorno dopo..
     
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  2. DistruttoreLegio

    DistruttoreLegio

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  3. Winter King

    Winter King

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    CAPITOLO I°
    Parte Prima
    «Verso Nord»

    «Perché quei codardi non si sono ancora fatti vivi?» asserì Lanvel con tono di sfida. Artù, silenzioso, era alla testa della sua compagnia di 160 cavalieri, che a passo d'uomo percorrevano un'antica strada romana lastrica che portava alla costa settentrionale. La strada aveva due fossi ad entrambi i lati. In origine dovevano consentire all'acqua di defluire, ma la mancanza di manutenzione ha favorito depositi di terra e detriti, da cui spuntavano numerose erbacce incolte. Era il 2 Dicembre dell'anno 479 dalla nascita del Dio dei Cristiani. I campi coltivati e le praterie erano coperte di una brina bianca e spessa. Artù osservava con circospezione i dintorni, convinto che prima o poi i franchi si sarebbero fatti vivi. Stando a quanto avevano riferito i messaggeri di Re Ban, signore del regno di Armorica del Benoic, numerose bande di franchi si erano infiltrate passando attraverso i confini con il Regno Romano di Soissons. Eppure, dei tanti odiati nemici, non vi era nessuna traccia. Nemmeno Artù, nonostante la sua intelligenza e la sua conoscenza del nemico, riusciva a spiegarsi come mai nessuno dei viandanti incontrati durante il viaggio avesse riferito la presenza dei razziatori germanici. «Continueremo verso nord come ci è stato ordinato. Voglio delle avanguardie a un miglio a nord e su entrambi i fianchi.». Artù pareva nervoso, cosa che non accadeva molto spesso. Ha sempre colto i suoi nemici di sorpresa e stravolto le sorti della battaglia a suo favore, colpendoli con velocità ancor prima che potessero capire che cosa stesse succedendo.

    Fu così che sconfisse i sassoni durante la battaglia che vide la morte del Principe Mordred, il suo fratellastro. Circa 500 uomini del principe si ritrovarono in campo aperto a fronteggiare una banda altrettanto numerosa di sassoni penetrati ad occidente e che da giorni razziavano e saccheggiavano le campagne ad est del Regno. Per ore i due schieramenti rimasero l'uno di fronte all'altro, ma nessuno aveva il coraggio di attaccare il muro di scudi. Ai reciproci insulti alle madri dei guerrieri e numerose provocazioni seguirono finti attacchi che costringevano sia i sassoni che britanni a retrocedere di numerosi passi. I più coraggiosi, inebriati da una notte di bevute, si denudarono e sfidarono lo schieramento avversario incitando i proprio compagni a compiere il primo passo. Erano convinti di essere invincibili, protetti dagli Dei, e di poter combattere senza scudo e armature. I sassoni combattevano usando possenti asce di ferro capaci di sbriciolare uno scudo con un solo colpo ben assestato, ma peccavano in velocità e una volta sferrato il colpo, l'avversario armato di spada poteva approfittare del momento per sferzare un fendente mortale.

    Fu solo dopo molte ore che i corni cominciarono a squillare. Calò il silenzio sulla piana. Il silenzio venne rotto improvvisamente dalle grida dei guerrieri della Dumnonia, che incoraggiati dalla presenza del Principe e soprattutto dalla birra, scattarono in avanti brandendo spade e lance. I sassoni si strinsero nel loro muro di scudi e si prepararono a respingere la carica del nemico. Solo un uomo dotato di incredibile coraggio e forza d'animo potrebbe essere così stolto da lanciarsi contro un muro di scudi. Di sicuro, ai guerrieri della Dumnonia il coraggio non mancava. Combattevano per difendere la loro terra, sognando di riconquistare quella perduta per mano sassone ad est del loro regno. Sognavano che Mordred, erede al trono e futuro Pendragon di Britannia, avrebbe unificato l'isola e riportato gli Dei ai loro antichi fasti.

    Le speranze dei guerrieri di Mordred si infransero sul muro di scudi. I nemici indietreggiarono di qualche passo, ma mantennero salda la formazione. Mentre i guerrieri della Dumnonia cadevano per mano delle lance sassoni. I più impavidi tentarono di lanciarsi oltre gli scudi nemici, ma vennero falciati dalla retroguardia pronta ad intervenire in caso la linea avesse cominciato a cedere. Morded, troppo ubriaco per rendersi conto di ciò che stava succedendo, si ritrovò circondato assieme ad un manipolo di poco più di 50 uomini. I sassoni passarono al contrattacco. Si facevano largo tra i corpi esanimi e straziati dalle asce nordiche. Presto i guerrieri rinsavirono dalla furia alimentata dalla birra e realizzarono che la situazione stava volgendo a favore del nemico. Mordred venne ferito in modo grave all'addome da una lancia sassone e cominciò a perdere molto sangue. Premeva con forza la ferita da cui sgusciavano fuori le budella fumanti in quella fredda mattina di autunno. Gli uomini si strinsero attorno al loro principe, decisi a combattere fino alla morte. Nello scontro, molti sassoni persero la vita, ma erano ancora in netto vantaggio numerico e incoraggiati dalle pesanti perdite inflitte al nemico. Il Principe Mordred giaceva a terra ormai incosciente.

    Quando le sorti della battaglia e della guerra sembravano segnate, da una collina a levante si stagliò una figura che tutti conoscevano, rispettavano e temevano. Una giumenta nera e possente, con in sella un condottiero con indosso un'armatura lucente, fatta di piastre e di lamelle lavorate da fabbri esperti. Sulla schiena del condottiero cadeva un lungo mantello rosso. Sul capo indossava un elmo che proteggeva e nascondeva parte del viso. L'elmo era sormontato da una criniera rossa che ricordava un drago. Brandiva una spatha lunga, una spada leggendaria. Il suo nome era Excalibur. L'uomo che la brandiva era il Principe di Dumnonia Arthur Pendragon, fratellastro del Principe Mordred, alla testa dei suoi famigerati cavalieri. La sua apparizione fece breccia nel morale dei Sassoni, che in un momento di distrazione vennero presi alla sprovvista dalla furia degli uomini di Mordred decisi a vendicare li in quella piana tutti i torti subiti da quando quei diavoli avevano messo piede nella loro terra natia. Dietro al condottiero comparvero quasi duecento cavalieri. Alcuni portavano uno stendardo a forma di testa di drago. Una testa di drago rosso.

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    Alle urla della battaglia e le grida strazianti dei feriti, si aggiunse il frastuono del galoppo dei cavalieri di Artù. Il Principe alzò la spada in cielo. I cavalieri risposero muovendosi ordinatamente a formare un cuneo. Le urla e le grida si fecero sempre più forti. Alcuni sassoni tentarono un disperato muro di scudi. Lo scontro fu così violento che la prima linea venne sbalzata indietro di diversi metri. I cavalieri avanzavano, i cavalli alla carica seminavano il panico tra le linee sassoni. Con velocità e agilità Artù e i suoi cavalieri colpivano a morte i nemici con fendenti e montanti. C'era così tanto sangue che il terreno ne rimase impregnato, sprigionando un odore forte, l'odore della guerra che Artù conosceva bene.

    Fu un massacro senza precedenti, di cui i bardi e i cantastorie avrebbero narrato le gesta nei secoli a venire. I sassoni feriti e agonizzanti vennero giustiziati dai cavalieri di Artù che non esitarono un solo istante a fare razzia del loro bottino. Erano tempi duri e un guerriero doveva in gran parte mantenersi con il bottino delle proprie vittorie sul campo di battaglia. Si impossessarono di torque d'oro, monete romane usurate dal loro utilizzo, monili e altri preziosi d'argento. Probabilmente il frutto delle scorrerie dei sassoni nei giorni antecedenti alla battaglia. Le punte delle lance sassoni vennero rimosse dalle aste di legno. I britanni ne facevano anelli e li appendevano alle loro armature, alcuni ne facevano braccialetti, altri li annodavano nella barba e nei capelli a simboleggiare le loro vittorie contro gli invasori. Artù scese da cavallo e camminò su una distesa di corpi fino ad arrivare a quello del principe Mordred. Agonizzante, esalò l'ultimo respiro tra le braccia di Artù, che quel giorno oltre a celebrare la vittoria sui nemici, avrebbe dovuto rendere omaggio al fratellastro caduto in battaglia.

    Al suo ritorno alla fortezza di Lindinis, antica città romana ormai in rovina e capitale del Regno di Dumnonia, Re Uther incolpò Artù della morte del figlio prediletto nonché erede al trono. I bardi cantarono le gesta di Mordred e attribuirono a lui la vittoria sui Sassoni.. mentre Artù e i suoi uomini vennero esiliati per sempre dalle loro terre. Trovarono rifugio presso la corte di Re Ban, sovrano del Benoic, un regno di Britanni sulle coste dell'Armorica devoti agli Dei Romani. In cambio della loro ospitalità, Artù giurò di servive Re Ban e proteggere il suo regno dai franchi e dai sassoni che, nonostante la presenza di Artù, spingevano le loro scorribande fino alla Gallia nord-occidentale.
     
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  4. Winter King

    Winter King

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    CAPITOLO I°
    Parte Seconda
    «La Battaglia di Alanua»
    Nei due giorni di cammino che seguirono, il manipolo di cavalieri non incontrò alcuna banda di razziatori franchi. Stava succedendo qualcosa. Artù ne era sicuro. Qualcosa di così grosso da distogliere i franchi dalle scorrerie nelle campagne del Benoic. Il suo carattere calmo e razionale lasciò spazio a decisioni dettate dalla paranoia e dall'incertezza. Raddoppiò la guardia. Inviò continuamente avanguardie per scovare eventuali tracce dei razziatori. Nulla. Pareva che i franchi, in quelle tere, non avessero mai messo piede. Fu a mezzogiorno che Artù avvistò lo stendardo di Re Ban apparve all'orizzonte. Gli uomini già si erano preparati alla battaglia, ansiosi di affrontare il nemico. Artù ordinò di abbassare le armi. Erano così ansiosi di combattere, che pur di riscuotere un magro bottino di guerra avrebbero ucciso chiunque gli si fosse parato davanti. Si trattava di una delegazione del Re, intercettata da una delle avanguardie inviate da Artù per individuare i franchi. Tre cavalieri si avvicinarono ad Artù. Su di loro erano ben visibili i segni di una schermaglia recente. Uno di essi portava una benda sull'occhio, lo stendardo era stato strappato. Forse i franchi si trovavano ancora più a nord e questo avrebbe costretto Artù e la sua armata ad aumentare il passo nel tentativo di intercettarli.

    «Artù, signore, reco un messaggio da parte di sua maestà Re Ban.» disse affannato il cavaliere.
    «Avete avvistato i franchi?» chiese impaziente Artù, sgranando gli occhi. Finalmente, pensava. Ormai non ci sperava quasi più.
    «I sassoni, signore.. i sassoni del Cantware.. sono sbarcati a centinaia. Il Re ha bisogno di aiuto..»

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    Il Cantware. Remota regione orientale delle terre perdute, era dominata dai sassoni e faceva parte del regno di Anglia. Erano quegli stessi sassoni che per primi portarono morte e distruzione sulla coste della Britannia dopo la dipartita dei Romani. Gli acerrimi nemici di Artù ora perseguitavano anche il popolo del suo nuovo Signore, Britanni come lui, ma che decisero di fuggire in Armorica, convinti che qui i diavoli d'oltre mare non li avrebbero più disturbati. All'epoca, nel nord della Gallia, sorgeva un potente stato Romano. Era governato da un certo Syagrius a cui i franchi saliani si rivolgevano con l'appellativo di "Re dei Romani di Soissons". In realtà Syagrius non era che un rimasuglio dell'Impero nelle Gallie. Era un governatore militare che tentava, per quanto gli era possibile, preservare un barlume di civiltà e speranza in un futuro di pace in una terra che ormai da tempo ne aveva dimenticato il significato. Erano tempi molto oscuri.. segnati dall'incertezza e dalla guerra.

    Artù non perse tempo a fare domande. I sassoni erano la sua spina nel fianco, ma la stessa cosa potevano dire i sassoni di Artù. Non era conosciuto per la sua pietà sul campo di battaglia, tanto meno con i nemici giurati delle sue terre. Nemici che, per volere del destino, sembrano seguirlo ovunque lui si trovi. Non aspettava altro che una battaglia campale per riaffermare la sua influenza e le sue abilità di guerriero e di comandante. Presto il manipolo di cavalieri si mise al galoppo verso nord. A quel ritmo, stando alle informazioni fornite dai messaggeri di Re Ban, Artù avrebbe raggiunto l'armata del Re poco prima dello scontro decisivo. Il luogo in cui si sarebbe svolta la battaglia era a poche ore di distanza, nei pressi della città di Alanua.

    Dei franchi nessuna traccia, ma all'orizzonte si materializzò una minaccia ben più grande e più pericolosa. Quasi mille guerrieri sassoni si erano radunati al bordo di una fitta foresta. A poche centinaia di metri, i soldati agghindati di Re Ban attendevano impauriti l'evolversi della situazione. Artù non si unì subito all'armata campale, ma decise di appostarsi su un fianco del campo di battaglia, coperto da una collina in modo da celare la sua posizione fino a quanto non l'avesse ritenuto necessario.

    I sassoni erano in numero inferiore rispetto all'esercito di Re Ban.. ma Re Ban non era un guerriero, così come non lo era suo figlio, Lancillotto. Lancillotto era un uomo di bell'aspetto, adorato e venerato dalle donne. I bardi del regno e i poeti lo dipingevano come un guerriero possente, indomabile, imbattibile, coraggioso e sprezzante del pericolo. In realtà non aveva mai preso parte ad una battaglia. Alcune voci lo descrivono come un millantatore. Addirittura si vocifera che in seguito ad un'imboscata tesa dai franchi, Lancillotto se la diede a gambe e lasciò i suoi uomini a combattere senza di lui. Quando seppe che i franchi erano stati sconfitti, si incise una guancia con la punta della sua lama.. ed entrò trionfalmente a Trebes, dove venne accolto come un eroe di guerra. Una vittoria mai ottenuta di cui i bardi di Trebes narrano ancora le lodi.

    Artù sapeva tutto questo e a preoccuparlo di più non erano tanto i sassoni quanto la vanità quasi effemminata di Lancillotto. Il Principe Lancillotto, figlio di Re Ban, si trovava alla testa dell'armata. Si manteneva a distanza dai nemici e improvvisava discorsi sulla difesa del Regno e il futuro della Gallia e della Britannia. Gli uomini di Re Ban si erano dispiegati in file ordinate. Erano di bassa statura, armati di lance e scudi. Indossavano uniformi romane di colore bianco, elmi lucenti e corazze di cuoio decorate. Agghindati come una fanciulla la prima notte di nozze. Se solo Re Ban avesse investito nell'addestramento tanti denari quanti ne sono stati spesi per l'apparenza, pensò Artù, forse quei soldati sarebbero serviti a qualcosa. I sassoni erano ben consapevoli di combattere contro un nemico poco preparato e per nulla in grado di competere contro la loro furia. Forse proprio per questo motivo ne i franchi, ne i sassoni, si erano mai decisi a mettere fine all'esistenza del Regno di Benoic. Era più proficuo razziare quelle terre fertili ogni qualvolta l'avessero ritenuto necessario, assicurandosi ogni estate ingenti somme di preziosi e grano per finanziare le campagne in Britannia.

    Ma Artù aveva intenzione di ricacciare i Sassoni nel mare, esattamente come fece pochi anni prima durante la battaglia in cui perse la vita il Principe Mordred. I suoi cavalieri si dispiegarono in diverse file e abbassarono le lance, pronti a cavalcare giù dalla collina non appena avessero ricevuto il segnale del loro condottiero. Osservò con attenzione il campo di battaglia fino al momento in cui i sassoni decisero che era il momento giusto per attaccare. La furia degli invasori fu così violenta all'impatto da infrangere il debole muro di scudi dei soldati di Re Ban. Il panico aveva già infranto i ranghi, mentre Lancillotto venne visto per l'ultima volta cavalcare verso sud. Avrebbe raccontato di come ha ucciso decine e decine di sassoni prima di ritirarsi, di come ha strenuamento difeso suo padre, Re Ban, di come il suo sacrificio non sarà vano.

    La retroguardia dei sassoni era completamente scoperta. L'errore che spesso commettevano era farsi trascinare dalla foga della battaglia. I sassoni avanzavano e avanzavano. Quei diavoli erano protetti dai loro dei, mentre i britanni vacillavano e perdevano le loro terre giorno dopo giorno. Quel giorno, però, gli dei avevano deciso di favorire Artù. I cavalieri si lanciarono alla carica giù dalla collina, approfittando del sole alle spalle che avrebbe reso difficile ai sassoni reagire per tempo. Come in una visione druidica, l'armatura di Artù scintillava e a detta di alcuni testimoni emanava luce propria. Aveva la benedizione degli Dei, di questo ormai in molti erano sicuri. Anche i sassoni ne erano certi. Stanchi dopo lo scontro frontale con l'armata di Re Ban, essi non riuscirono ad organizzare per tempo un muro di scudi.

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    I cavalieri di Artù sfondarono con violenza le linee dei nemici. Quei diavoli cadevano uno a uno, calpestati e maciullati dagli zoccoli dei possenti cavalli e dal peso delle armature degli uomini che li cavalcavano. Fiotti di sangue giunsero fino alle retrovie dell'armata di Re Ban, troppo impegnato a scrivere su pergamena ciò che stava accadendo. Dal canto suo, Lancillotto osservava interessato lo svolgersi della battaglia da un'altura lontana. Come un'onda di fuoco, il manipolo di cavalieri lasciò dietro di se una distesa di morti, sangue rappreso e nemici stramazzati al suolo agonizzanti. Artù aveva di nuovo ricacciato i diavoli in mare. Presto ne sarebbero arrivati altri, pensava.

    Quella notte seguirono lunghi festeggiamenti. I bardi al seguito di Re Ban già cantavano le lodi del prode Lancillotto e di come la sua armatura scintillante accecò i sassoni. Fu in quel momento che Lanvel, campione di Artù e maresciallo della Compagnia di cavalieri, decise di reagire. L'euforia della battaglia e la birra lo avevano stordito, abbastanza da affrontare il Principe ereditario del Benoic. Si avvicinò con fare minaccioso a Lancillotto. Sguainò la spada la conficcò a terra. «Codardo! Io affermo sulla mia spada che sei un codardo!» urlò Lanvel all'indirizzo del principe. Lancillotto non rispose alla provocazione. Era così che i britanni risolvevano le loro dispute, in particolar modo se si trattava di una questione di onore. Gli abitanti del Benoic, benché avessero trovato un rinnovato interesse nell'ellenismo, erano pur sempre britanni fuggiti in passato dalla furia dei sassoni ad est della Dumnonia. Secondo l'usanza, un uomo che veniva accusato di codardia o di aver detto il falso aveva il diritto di difendersi in un duello d'armi, una pratica utilizzata soprattutto dai guerrieri e dai condottieri, i quali raramente cercavano giustizia in uno di quei tribunali romani.

    Lancillotto, però, era davvero un codardo. Ne diede una dimostrazione quando al seguito delle sue concubine e del suo scudiero decise di ritirarsi nella sua tenda senza rispondere alla sfida di Lanvel «Combatti, codardo! COMBATTI!». Il guerriero sembrava in preda ai demoni dell'Oltretomba, cosicchè Artù si avvicinò all'amico e poggiò una mano sulla sua spalla, esortandolo a desistere. Dopo aver sputato per terra all'indirizzo del principe, Lanvel tornò a sedersi attorno al fuoco da campo imbastito dai suoi commilitoni. I festeggiamenti ricominciarono subito e i canti, le bevute e il frastuono delle celebrazioni proseguirono fino a tarda notte.
     
    Ultima modifica: 11 Luglio 2016

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