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23 FEBBRAIO 1945, "RAISING THE FLAG ON IWO JIMA"

Discussione in 'Età Contemporanea' iniziata da Mappo, 24 Febbraio 2019.

  1. Mappo

    Mappo

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    Dalla pagina FB "SECONDA GUERRA MONDIALE analisi storica"
    23 FEBBRAIO 1945, "RAISING THE FLAG ON IWO JIMA" - STORIA DELLA BANDIERA SUL SURIBACHI E DEGLI UOMINI CHE LA INNALZARONO. Di Roberto Manfredi.

    Con il nome "Raising the flag on Iwo Jima" oggi si fa riferimento ad una delle foto di guerra più famose di sempre, scattata il 23 febbraio 1945 dal fotografo della Associated Press, Joe Rosenthal, in cima al monte Suribachi, sull’isola giapponese di Iwo Jima. Rosenthal fotografò sei soldati dell’esercito americano issare una bandiera degli Stati Uniti sulla cima della montagna, e la foto diventò rapidamente una delle più simboliche della seconda guerra mondiale, e successivamente una delle immagini più iconiche di tutto il Novecento. Solo settant’anni dopo però, venne svelata la vera identità dei sei uomini.

    Le forze statunitensi sbarcarono sull'isola di Iwo Jima il 19 febbraio 1945, e solo alla sera del giorno 21 i primi Marines raggiunsero la base del Suribachi, un vulcano inattivo che da sud dominava la spiaggia dello sbarco e l'aeroporto giapponese di Motoyama. Il comando statunitense riteneva imprescindibile neutralizzare la guarnigione nemica nascosta nelle postazioni scavate nella montagna, così il giorno seguente iniziarono le operazioni per accerchiare la base dell'altura che dominava il campo di battaglia in vista di dell'azione che il giorno seguente avrebbe visto i Marines attaccare l'altura. La resistenza nipponica iniziava a dare segni di affievolimento sul Suribachi e alcuni ufficiali statunitensi osservarono col binocolo alcuni giapponesi suicidarsi sul bordo del cratere situato in cima al monte. Questo fatto fu visto come di buon auspicio dagli attaccanti e alle prime luci dell'alba del 23 febbraio una pattuglia di Marines incominciò a scalare il Suribachi, seguiti a breve distanza dal II Battaglione in appoggio. La pattuglia non incontrò resistenza e alle 11:00 fu innalzata una piccola bandiera statunitense legata ad una tubatura trovata sul posto.
    Ma la resistenza sul Suribachi non era ancora stata neutralizzata e ci vollero ancora due giorni di intensi rastrellamenti per dichiarare il monte completamente conquistato. Ce ne vollero ancora trentadue per la conquista totale dell'isolotto di Iwo Jima, durante i quali persero la vita oltre 6000 Marines e almeno 620 marinai, mentre rimasero feriti o gravemente mutilati almeno 20.000 Marines e 2000 marinai. Dei circa 20/21.000 soldati giapponesi di guarnigione solo un migliaio sopravvisse.

    Nel frattempo nella stessa giornata del 23 febbraio la piccola bandiera fu sostituita con un vessillo di maggiori dimensioni portato in cima dalla staffetta Rene Gagnon: la bandiera fu alzata da sei uomini e l'atto venne immortalato da Rosenthal. Quella mattina, appena sbarcato sull’isola, Rosenthal si incamminò verso il monte, incontrando altri due fotografi che si unirono a lui. A circa metà della salita incontrarono quattro Marines tra i quali il sergente Louis R. Lowery che era anche fotografo della rivista Leatherneck (il giornale ufficiale del Corpo dei Marines) che immortalò la scena della prima bandiera, il quale gli disse che la bandiera era già stata issata, ma che valeva la pena arrivare in cima al Suribachi anche solo per la vista; i tre decisero di proseguire la salita.

    Arrivato sulla cima, Rosenthal scoprì che per ragioni ancora non chiare si stava pensando a sostituire la bandiera con una più grande. Inizialmente Rosenthal si mise alla ricerca dei Marines che avevano issato la prima bandiera con l’idea di fotografarli in posa, ma nessuno apparentemente sapeva chi fossero. Mentre li stava cercando, si accorse che altri sei soldati stavano per issare la nuova bandiera. Si posizionò e scelse l’obiettivo più adatto per scattare la fotografia; nel frattempo uno degli altri due fotografi, che stava riprendendo con una cinepresa, si piazzò vicino a lui e gli chiese se fosse d’intralcio. Rosenthal si girò per rispondergli, ma con la coda dell’occhio notò che i soldati stavano issando la bandiera proprio in quel momento: scattò senza guardare nel mirino. Non potendo sapere di avere scattato quella che sarebbe stata la foto più importante della sua vita e una delle più famose della storia, mise insieme altro materiale: radunò tutti i soldati intorno alla bandiera e scattò un’altra foto, che prese poi il nome di “gung ho”, una locuzione di origine cinese popolare nell’esercito americano per esprimere entusiasmo.

    l rullino con la foto fu mandato a sviluppare sull’isola di Guam, dalla quale fu trasmessa via radiofax alla redazione centrale a New York. Il 25 febbraio, meno di 48 ore dal momento in cui era stata scattata, finì sulle prime pagine di moltissimi giornali, in un tempo incredibilmente breve per l’epoca. Rosenthal ricevette un messaggio di congratulazioni dalla redazione di AP, ma subito non capì neanche a quale foto si stessero riferendo i suoi colleghi.
    I nomi dei soldati della foto non furono subito resi noti e Rosenthal non li incluse nella didascalia spedita a Guam. Nel 1945, il presidente Roosevelt ordinò che i sei soldati fossero identificati, e non era solo un’esigenza storica: Roosevelt voleva usare i soldati della foto per pubblicizzare la raccolta fondi per il finanziamento della guerra del Pacifico. Non era però una cosa facile: perfino i soldati che quel giorno erano stati sul monte Suribachi non erano sicuri dei nomi delle sei persone che avevano alzato la bandiera, senza contare la confusione tra quelli che lo avevano fatto la prima volta e quelli della seconda.

    Tornato in patria, la staffetta Rene Gagnon, che si sapeva con certezza fosse uno dei sei, diede i nomi degli altri: l'assistente di sanità John Bradley, rimasto ferito nei giorni seguenti, e i Marines Franklin Sousley, Michael Strank e Henry “Hank” Hansen, tutti morti a Iwo Jima. Ira Hayes, il sesto uomo nella foto, non voleva notorietà e aveva minacciato Gagnon perché non facesse il suo nome. Anche Bradley si ritrovò suo malgrado coinvolto nella foto e nelle sue conseguenze. Gagnon però aveva sbagliato un nome, senza volerlo: l’uomo tutto a destra non era Hansen, ma il Marine Harlon Block. La famiglia di Block, morto in battaglia, rese nota la cosa nel 1946, e un’indagine del Corpo dei Marines confermò. Gagnon, Hayes, e Bradley, gli unici sopravvissuti, dopo Iwo Jima tornarono negli Stati Uniti, incontrarono il neopresidente Truman e partirono per una tournée per il paese per raccogliere fondi, tra il maggio e il giugno del 1945.

    Oggi tutti gli uomini della foto di Rosenthal sono morti. John Bradely morì nel 1994, e suo figlio James nel 2000 scrisse il libro "Flags of Our Fathers", che diventò un best seller e ispirò l'omonimo film di Clint Eastwood. Ma nel 2014 l’Omaha World-Herald pubblicò un lungo articolo nel quale raccontò che due storici amatoriali, Eric Krelle e Stephen Foley, avevano scoperto che per settant’anni ci si era sbagliati sull’identità del soldato al centro della foto: non era John Bradley, il padre di James, ma Harold H. Schultz.

    Nell'estate del 2013 Foley iniziò quasi per caso delle ricerche sulla famosa foto di Rosenthal, confrontandola con le altre immagini che il fotografo di AP e gli altri che erano con lui sul monte Suribachi avevano scattato quel giorno. Tra queste ce n’erano altre di Bradley. Nella foto in cui viene issata la bandiera la faccia dell’uomo che si credeva essere Bradley è coperta, ma in altre – in cui è ritratto sicuramente Bradley – si vede chiaramente: Foley notò che i due non sembravano la stessa persona, e passò le settimane seguenti a indagare la cosa.
    Nella foto diventata famosa, il soldato identificato come Bradley non ha i risvolti ai pantaloni. Foley notò che in tutte le altre foto, Bradley invece li aveva. Un’altra differenza era che nella foto dei soldati che alzano la bandiera, l’uomo in centro aveva un berretto sotto l’elmetto: nella foto-“gung ho” Bradley – il sesto da sinistra – ha l’elmetto alzato in mano, ma dentro non si vede nessun berretto. Ma la differenza più grossa è nella cintura: Bradley non era un Marine, ma un assistente di sanità dell'US Navy. L’uomo nella foto invece aveva una cintura con il posto per le munizioni e delle cesoie per tagliare il filo spinato: quelle che indossavano i Marines. I portaferiti non avevano il posto per le munizioni perché non usavano un fucile, ma una pistola. Non erano neanche equipaggiati con le cesoie, perché dovevano avere le mani libere per soccorrere i feriti.
    Tra le foto di quel giorno sul monte Suribachi, Foley trovò una persona che corrispondeva all’uomo nella foto identificato come Bradley. Il problema era che si trattava di Franklin Sousley, il Marine morto negli ultimi giorni della battaglia a Iwo Jima, fino ad allora identificato con il secondo uomo da sinistra nella foto.

    Foley era arrivato a un punto morto della sua indagine, e non sapendo bene cosa fare contattò Eric Krelle, un progettista di giocattoli statunitense che gestiva un sito dedicato ai Marines. Krelle si rese subito conto di avere per le mani qualcosa di grosso, e che bisognava scoprire chi fosse il soldato misterioso. A differenza di Foley, Krelle aveva a disposizione moltissimo materiale su Iwo Jima, raccolto in anni di ricerche.
    Krelle si mise a spulciare tutte le foto e le riprese in suo possesso: nel video girato nel momento dell’issata della bandiera, notò che per un momento si vedeva una specie di laccio pendere dall’elmetto dell’uomo misterioso, il secondo da sinistra. Passando in rassegna tutte le altre foto di quel giorno, trovò un’altra immagine di un soldato con lo stesso laccio sull’elmetto: era Harold H. Schultz, sopravvissuto a Iwo Jima e fino ad allora mai associato alla foto di Rosenthal. Nella foto-“gung ho”, Schultz è il quinto da sinistra. Krelle raccolse i risultati delle ricerche sue e di Foley e scrisse un post sul suo blog, che però non ricevette nessuna attenzione. Contattò allora Matthew Hansen, un giornalista dell’Omaha World-Herald, che provò a verificare la scoperta contattando diversi storici. La maggior parte negò categoricamente l’ipotesi, esprimendo molti scetticismi sul fatto che la teoria arrivasse da due storici amatoriali, ma Hansen non si perse d'animo e parlò con altri storici e indagò sulla vita di Schultz. Dopo Iwo Jima, Schultz era stato congedato con onore dall’esercito e si era trasferito a Los Angeles, dove aveva lavorato per il servizio postale americano. Negli anni ebbe diversi figli, da due matrimoni diversi. Hansen riuscì a contattare una delle figlie, Dezreen Schultz, che gli spiegò che suo padre era morto nel 1995, aveva avuto una vita piuttosto solitaria e aveva sempre parlato poco della guerra. A quanto ne sapeva, non aveva mai parlato di Iwo Jima, tantomeno del monte Suribachi. Hansen ricevette dalla figlia di Schultz una scatola con ricordi di guerra conservati dal padre. Dentro c’era una copia della foto-“gung ho”: sul retro l’autografo di Rosenthal e i nomi di tutti i soldati annotati a penna. Ma dentro la scatola c’era un’altra foto, quella dei sei soldati che alzano la bandiera. A differenza dell’altra, però, sul retro non erano segnati i nomi. Hansen quindi non riuscì a confermare definitivamente la teoria che diceva che quello nella foto non fosse Bradley.

    Prima di scrivere il suo articolo, Hansen contattò James Bradley, che secondo Hansen reagì senza scomporsi all' ipotesi di Krelle e Foley; in quel periodo però stava per partire per il Vietnam per scriverne un altro libro, e disse che non poteva infilarsi in un dibattito simile. Espresse comunque scetticismo, ma promise a Hansen che avrebbe studiato tutto il materiale che il giornalista gli aveva mandato. Tornato dal Vietnam, nel maggio 2014 Bradley contattò il New York Times accettando l'ipotesi che suo padre non fosse nella fotografia di Rosenthal: secondo lui faceva parte del gruppo di soldati che alzò la prima bandiera, e per cinquant’anni suo padre ha creduto che fosse stata quella a essere ritratta nella foto. Recentemente lo Smithsonian Channel, un canale americano che si occupa di divulgazione scientifica, ha lavorato con il Corpo dei Marines per chiarire una volta per tutte l’identità della foto. Inizialmente il Corpo dei Marines dimostrò poco interesse nelle ricerche di Krelle e Foley, ma il 2 maggio 2016, l'USMC annunciò che stava indagando sulla faccenda. L'errore fu confermato ufficialmente il 23 giugno 2016, districando definitivamente la complicata storia degli uomini che quel 23 febbraio 1945 innalzarono la bandiera degli Stati Uniti sulla vetta del Suribachi.

    Immagini in ordine: La prima bandiera innalzata sul Suribachi scattata dal sergente Louis R. Lowery; la foto in posa "Gung Ho" scattata da Rosenthal; la famosa foto "Raising the flag on Iwo Jima" con i nomi inizialmente forniti da Gagnon; la disposizione definitiva dei sei uomini che innalzarono la bandiera; il Marine Corps War Memorial nel cimitero nazionale di Arlington (Virginia), liberamente ispirato alla fotografia di Rosenthal; John Bradley in posa con il poster utilizzato per raccogliere crediti di guerra; la seconda bandiera conservata al National Museum of the Marine Corps.

    Fonti:
    -https://www.marinecorpstimes.com/…/amateur-historians-disp…/
    -https://en.wikipedia.org/wiki/Raising_the_Flag_on_Iwo_Jima
    -https://en.wikipedia.org/wiki/Marine_Corps_War_Memorial
    -https://www.ilpost.it/2016/05/04/foto-iwo-jima/
    -Bernard Millot, "La guerra nel Pacifico", BUR, Milano, 2002

    Il video ricolorato dell'operatore che immortalò assieme a Rosenthal l'innalzamento della seconda bandiera: https://www.youtube.com/watch?v=LEtukwfLX90

    "The ballad of Ira Hayes", canzone dedicata al Marine Ira Hayes morto nel 1955 a causa dell'abuso di alcool. Dopo il suo ritorno alla vita civile Hayes non riuscì mai a reintegrarsi completamente, i ricordi e il dolore lo tormentarono per tutta la vita:
    https://www.youtube.com/watch?v=Me2u9yBHfFI

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    https://www.facebook.com/groups/726525267512485/permalink/1220261704805503/
     
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    Ultima modifica: 24 Febbraio 2019

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