14. Si riapre il fronte nord.
Superato il peggio dell'inverno, in febbraio arrivano i Veneziani: me li ero proprio dimenticati, ma del resto è giusto periodo di carnevale. Compaiono dal nulla nel Baltico, e sbarcano allegri in settemila. E' una bella impresa, che peraltro sarei riuscito a sventatare, se in questi anni avessi potuto tenere da parte i soldi per uno straccio di flotta. Da principio mi spavento, e ordino all'armata di Ingermanland di inseguirli. Ma presto capisco che non ne vale la pena: si accorgeranno da soli che non è proprio una passeggiata, quella che hanno davanti.
L'8 aprile 1510 porta una notizia ben peggiore: appena scaduto il trattato di pace, l'Ordine Teutonico ci dichiara guerra, e con loro c'è anche la Curlandia questa volta. Non ne verrò mai fuori, dunque? Torno a Mosca più in fretta che posso. Non ho mai visto il consiglio più unanime: stavolta non ci fermeremo finché non saranno cancellati dalla carta geografica. Arruolo un nuovo esercito, per dare man forte al mio corpo d'armata nord. Peccato non poterci mandare Glinski, ma ne ho troppo bisogno sul fronte sud.
In autunno, finalmente, portiamo a termine i tre assedi in Persia: Glinski ha perso il conto dei Persiani che ha sbriciolato per i valloni del Kurdistan. I Persiani si affrettano a chiedere la pace, e noi accettiamo il 5 novembre, accontentandoci del solo Azerbadzjan. Lo Zar protesterà di nuovo che potevamo ottenere di più, ma questa volta il conto è ben fatto. E' stato lo stesso Glinski a suggerirmi la strategia corretta: non riusciremmo comunque a mantenere a lungo il possesso di troppe province in quella zona. Fin dall'inizio avevamo come obiettivo il solo Azerbadzjan, e il motivo è che così guadagnamo un confine strategico con la Georgia.
Questa pace, fra l'altro, mette fuori gioco anche i Veneziani. Poverini, senza rifornimenti hanno passato un anno e mezzo a girare per tutta la Russia, senza mai poter sparare un colpo, e adesso non ne sono rimasti abbastanza per organizzare una bella mascherata per l'anno prossimo. Credo che parecchi di loro finiranno per restare qui da noi, ormai avranno imparato la lingua (a differenza dei Crimesi).
15. Ultimi fuochi sul Baltico.
Anche lo Zar finisce per convincersi che ho ragione a proposito della pace. Ormai cominciamo a vedere la luce al fondo del tunnel. E così vengo ancora una volta richiamato a Mosca, dove è pronto per me un nuovo titolo nobiliare. La cerimonia è fissata per il 1 dicembre 1510, ed è pomposa come al solito: per fortuna questa volta a nessuno viene in mente di assegnarmi un altro latifondo, semplicemente le mie attuali terre vengono "promosse" da Contea a Marchesato. Almeno in questo Vassili III si dimostra più saggio del suo predecessore.
Non voglio rischiare il mio miglior generale in una guerra marginale. Metto Glinski a riposo, a sorvegliare il confine a sud, mentre le operazioni nel Baltico vanno avanti a rilento. La Curlandia è annessa soltanto il 3 luglio 1511, e aspettiamo ancora otto mesi, fino al 19 febbraio 1512, per aver ragione delle ultime resistenze dei cavalieri dell'Ordine Teutonico. Avremmo potuto fare più in fretta, ma la triste verità è che, dalla fine della guerra con la Persia, siamo rimasti senza soldi: al diavolo i generali, è da due anni che penso solo più a contenere l'inflazione, rimettere in sesto le casse dello stato, curare almeno un poco l'amministrazione delle province.
Già che c'ero, ho anche trovato il tempo di mandare un centinaio di preti ortodossi in Azerbadzjan. Giusto per far sapere alla Persia che anche noi, in fatto di guerre sante, non scherziamo.
16. Trionfo (di Pirro).
"Oggi è il 20 febbraio 1512. Dal 6 marzo 1503 il nostro paese non ha goduto di un solo giorno di pace. Abbiamo combattuto contro l'Ordine Teutonico, la Curlandia, la Svezia, la Polonia, il Sibir, la Crimea, la Persia. Forse dovrei mettere anche Venezia nella lista: ma non sarebbe serio (risate sommesse). Abbiamo completamente vinto tre di questi nemici, ne abbiamo costretti altri tre a un nulla di fatto, e al settimo abbiamo tolto una provincia.
Nove anni di guerra ci hanno arricchito di dodici nuovi territori, e adesso il nostro regno si compone di 33 province e 3 possedimenti coloniali. La Polonia ha esattamente 23 province (applausi). Signori: oggi nasce l'Impero russo, la più grande potenza territoriale d'Europa (applausi scroscianti, evviva da più parti)".
Branco di deficienti. Li ho lasciati tutti lì a congratularsi a vicenda, e a spartirsi titoli onorifici creati per l'occasione. La verità è un po' più complessa di quella che ho descritto al consiglio, ma nessuno di loro avrebbe capito le sfumature.
La verità è che siamo il Paese più odiato d'Europa. Il nostro espansionismo ha messo a rumore gli ambienti diplomatici, e nessuno vuole più saperne di noi. Con la sola eccezione dei nostri alleati, che ci devono gratitudine per averli salvati (ma fino a quando?), possiamo aspettarci da un momento all'altro dichiarazioni di guerra da tutti: cristiani, musulmani, ortodossi che siano. Adesso avrei bisogno soprattutto di buona diplomazia. Ma il nostro Zar è una tale nullità in questo campo, che posso permettermi solo più due missioni diplomatiche all'anno, ed è ancora un lusso.
E poi siamo un Paese grande, ma terribilmente arretrato, e la guerra ha spopolato le nostre province. Ci resta il tradizionale, enorme potenziale di arruolamento, e il basso costo della fanteria. Ma i soldi scarseggiano comunque: una delle ragioni dell'interminabile lunghezza delle ultime campagne è stata l'impossibilità di arruolare nuova artiglieria e nuova cavalleria. Siamo onesti: se non fosse stato per i nostri inverni così rigidi, avremmo perso. Perso di brutto.
Ci servirebbero 50 anni di pace. Ma, nonostante le apparenze, sopravvivere ai prossimi venti sarà un'impresa. Abbiamo bisogno di tempo, ma non ce ne lasceranno. Per prima cosa, rinforzo il dispositivo militare, lungo tutti i confini. Poi è il turno della diplomazia. Mi reco personalmente a Varsavia, cerco di rassicurare gli animi, porto con me un baule di pellicce di zibellino e la solita cassa di vodka. Insomma non va proprio male, ma la sensazione è che restano arrabbiati. Parecchio arrabbiati.
17. Mantenere un basso profilo.
I primi tre anni faccio fatica a prender sonno la notte. Ogni nuovo giorno può portarmi uno di quei tremendi ambasciatori col turbante e la dichiarazione di guerra in mano.
Ma non posso occuparmi di loro, per ora. Il primo obiettivo è la Polonia. Mi costa qualche centinaio di ducati e parecchie, parecchie casse di vodka, ma nel giro di tre anni riesco ad ammorbidirli quel tanto da non essere più una minaccia per l'immediato. Del resto sono ancora in guerra con l'Inghilterra, non so se avrebbero comunque tempo per noi. Le cose laggiù vanno bene, per la Francia almeno: entro la primavera del '13 sbarcano sull'isola, e prendono Wessex e Kent, nell'ordine. Sembra la guerra dei cent'anni all'incontrario. Il resto dell'Europa se ne sta relativamente in pace e, da quello che posso capire di qui, pochi confini sono cambiati nelle ultime due decadi.
Gli anni successivi passano più o meno allo stesso modo: in gennaio ricevo le entrate fiscali, che si mantengono costanti sui 290 ducati. Entro aprile li ho già spesi quasi tutti, nell'ordine: per una missione diplomatica in Polonia, per la promozione di uno o due funzionari, per finanziare il ripopolamento di alcune province particolarmente sfortunate. Passo il resto dell'anno a fare sopralluoghi nel Paese, parlare con i funzionari, leggere rapporti: riaggiusto di continuo la politica degli investimenti, seguo l'andamento dei mercati continentali, cerco di contenere l'inflazione meglio che posso. Mi sto trasformando in un vero burocrate: in capo a cinque anni sono in grado di prevedere con esattezza tutte le uscite necessarie per le operazioni urgenti, con sei mesi d'anticipo.
Di tanto in tanto vedo qualche segnale di riarmo ai confini: allora mando Glinski da quelle parti a controllare la situazione, ma è sempre un falso allarme.
Nel gennaio del '15 parlo per la prima volta allo Zar dei miei piani per la Georgia, con cui adesso confiniamo: contentissimo, vuole occuparsi personalmente di avviare le relazioni diplomatiche, e spende una fortuna per mandare in regalo una rarissima copia del Corano, copertina di pelle tempestata di pietre preziose e tutto il resto. Nessuno lo ha avvertito che quelli sono ortodossi come noi. Ecco, un anno di lavoro in fumo.
Più o meno nello stesso periodo, devo soffocare la prima rivolta in Azerbadzjan. Ma a dire il vero è l'intera situazione religiosa in Europa che si fa più complicata. E' nell'aria uno scisma nella chiesa cattolica: in linea di principio non ce ne dovrebbe importare nulla, ma i nostri alleati ne finiranno certo coinvolti.