12. Le cose si complicano (ancora).
Nella primavera dell'anno successivo, mentre ancora sono impegnato a tritare gli eserciti Crimesi, sbuca fuori dal confine persiano una carovana di alti dignitari, e pare che cerchino proprio me. Dopo una settimana di smarrimento reciproco riusciamo a trovare un interprete, e sento quello che hanno da dire. E' semplice: vogliono la guerra. Nonostante l'interprete, non sono sicuro di aver capito bene: e che cosa vi abbiamo fatto di male? Da qualche parte bisogna pur cominciarla una guerra santa, arriva puntuale la traduzione. Provo a trattare un po', gli offro un bicchierino di vodka. Macché, pessima mossa: la loro religione vieta gli alcolici. E' il 16 aprile 1508. L'ambasciatore ci tiene a informarmi: alleati della Persia saranno i Mamelucchi e i Veneziani. Che c'entrano i Veneziani con la guerra santa? Allah tende a muoversi per vie misteriose. Quanto ai miei amici, mi chiedono con un po' di ansia se proprio devono dare una mano: cosa posso fare, allargo le braccia sconsolato, e rispondo di no.
Comincio ad averne piene le scatole: era cominciata come una guerra lampo contro l'Ordine Teutonico: poi è arrivato il Sibir, poi la Polonia, poi la Crimea, poi la Svezia, e adesso anche questi. Non ci posso credere, questa pazzia non finirà più. In linea di principio potrei anche farcela contro la Crimea e la Persia insieme, ma non voglio ripetere lo stesso errore di quattro anni fa con il Sibir, anche perché la Svezia sta dando qualche segnale di vita, lassù.
Quel pomeriggio stesso convoco quel che resta del corpo diplomatico Crimese, e dico chiaro e tondo che: se vi fermate adesso, fingerò di dimenticarmi di essere sul punto di buttarvi tutti nel Mar Nero. Se continuate, tra un anno o due dovrete imparare il russo alla svelta. Gli ho già bruciato la capitale, e nessuno di loro ha voglia studiare le lingue, a quanto pare.
Bene: la pace bianca mi lascia insoddisfatto però, e ancora di più i Boemi, che da due anni ci stanno dentro fino al collo. Cerco di consolarli come posso: in fondo non sarebbero mai riusciti a tenere a lungo una provincia così lontana da casa. A Mosca anche lo Zar mugugna, e non ha tutti i torti: avrei potuto ottenere molto di più dalla Crimea, ma siamo franchi: quello che mi importa adesso è la pace, a qualunque costo. A qualunque costo.
Al nord, intanto, la Svezia si riorganizza. Passata la prima sorpresa, arruola un esercito nuovo di zecca, e mi viene addosso. Sospendo per precauzione gli assedi in corso, e mi ritiro con ordine. Passiamo i mesi successivi a rincorrerci a vicenda su e giù per il confine, con alterne fortune. Far Karelia e Onega cambiano più volte di mano.
E tuttavia il risultato che volevo l'ho ottenuto: la Svezia ormai non ce la fa più, e la Danimarca può tirare il fiato. Approfitto di un breve periodo favorevole nel mio gioco a nascondino, e offro alla Svezia una pace bianca, che loro sono ben lieti di accettare il 25 settembre. Dopo la Boemia, anche la Danimarca è salva. E poi mi accusano di egoismo: anche questa volta, avrei potuto ottenere di più, alla lunga. Sarà per la prossima.
13. Il piano di Glinski.
Adesso non resta che la Persia, e qui giuro a me stesso che non tornerò a mani vuote. Facile a dirsi: la Persia è una nazione molto vasta e ricca, e continuano ad apparire all'orizzonte eserciti con la mezzaluna. La linea di invasione è limitata a uno stretto corridoio tra il confine con la Georgia e il Mar Caspio, il che rende prevedibili le mie manovre. Inoltre il terreno è montuoso, sfavorevole al combattimento. Fino alla primavera del 1509, a dirla tutta, prendiamo solo un sacco di legnate. I Persiani arrivano fino in Astrakan, e lo conquistano di slancio, travolgendo la resistenza locale. Ma poi, come al solito, l'inverno russo li fiacca: non avevano calcolato che le babbucce non sono indicate per andare per la steppa gelata.
Mi riorganizzo, e lentamente progetto la riscossa. In questi ultimi due anni, dalle tenebre del mio esercito è emersa lentamente una fioca luce: si chiama Glinski, e si è già particolarmente distinto nella guerra di Crimea, guidando fra l'altro l'assalto alla capitale. E' un giovane brillante, anche se forse non è ancora all'altezza del vecchio Striga-Oboleski. Ovviamente è rimasto molto scontento della pace, ma adesso gli do l'occasione per rifarsi. Il piano del contrattacco è farina del suo sacco, e quando me lo espone con pochi segni decisi sulla cartina, resto ammirato: il puledro promette bene.
Nell'estate 1509 finalmente avanziamo, senza incontrare resistenza. Secondo il piano di Glinski, non ci fermiamo in Azerbadzjan, ma puntiamo decisi a sud, sulle montagne del Kurdistan. Qui riusciamo a prendere di sorpresa la guarnigione persiana, e la sbaragliamo senza pietà. Il grosso delle forze resta sul posto ad assediare; due distaccamenti molto più piccoli tornano indietro, e cominciano l'assedio dell'Azerbadzjan e dell'Armenia.
Ci vorrà parecchio per portare a termine i tre assedi, ma Glinski, asserragliato sull'avamposto montuoso del Kurdistan, provvederà a darci tutto il tempo che ci serve, sbaragliando un esercito dopo l'altro, man mano che i Persiani si faranno sotto. Almeno così sostiene lui.