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SPWW2 AAR Naia in tempo di guerra; c'ero anch'io

Discussione in 'Le vostre esperienze: AAR' iniziata da Luigi Varriale, 31 Ottobre 2019.

  1. Luigi Varriale

    Luigi Varriale

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    alle volte persino frustrante !

    All’inizio di gennaio il reggimento 47° si era installato sulle sue posizioni difensive. In Italia si facevano fantasiosi progetti di controffensive, per la verità piuttosto campati in aria, visto che di truppe blindate e motocorazzate per poter condurre con successo tale tipo di operazioni, in Africa ancora non c’erano. Si stava è vero preparando un convoglio importantissimo a Napoli con grosse aliquote della divisione corazzata Ariete, che aveva ricevuto la priorità per il trasferimento in Africa. A questa divisione erano stati aggregati tutti i carri armati italiani moderni, si fa per dire, M 13/40, ma questi attendevano ancora sulle banchine di essere caricati e trasportati attraverso il Mediterraneo con gli altri reparti della divisione.

    In Germania, L’OKW osservava “divertito” gli sviluppi della campagna africana. Gli Italiani già si erano coperti di ridicolo in Grecia, anzi dovremmo dire in Albania, in quanto era sul suolo albanese che adesso si combatteva; e presso il comando supremo tedesco si stavano avviando i primi studi per capire come si sarebbe potuto evitare un disastro di proporzioni strategiche nei Balcani.

    Secondo il Maresciallo Franz Halder, gli Italiani potevano anche farcela a resistere nel deserto, dato che erano riusciti a completare i rifornimenti ed i rimpiazzi delle loro forze battute nella battaglia di Nibewa. La limitata puntata esplorativa italiana presso Sollum Bassa aveva anche dimostrato che il morale degli Italiani non aveva ceduto a seguito di quella sconfitta. Ma vi erano segni premonitori assai cospicui di imponenti preparativi inglesi per lo sfondamento al confine ed il forzamento del sistema Sollum-Halfaya.

    Il neo costituito comando Sud germanico, per il momento con sede a Graz in Austria, aveva inviato un maggiore tedesco delle truppe corazzate in Africa ufficialmente come osservatore di collegamento con il comando italiano per apprendere le tattiche del deserto, ma in realtà per vedere da vicino come gli Italiani si disimpegnavano nella battaglia per l’Africa Settentrionale e per valutare anche laggiù la necessità nonché la possibilità di intervento di truppe tedesche a tenere su i pericolanti pantaloni dell’alleato maccherone.

    Il Maggiore Krause giunse quindi al comando del Colonnello De Nicola, comandante del 47° reggimento il 5 gennaio 1941 e chiese di fare un giro di ispezione delle posizioni italiane. Fu accontentato e poi redasse un particolareggiato rapporto per il comando sud del Generale Albert Kesserling, da cui stralciamo alcune note:

    Le forze Italiane sul fronte da me ispezionato sono costituite solamente da fanteria statica, con pochi automezzi per il trasporto dei comandi fino al livello di battaglione e delle armi più pesanti.

    Il colonnello comandante del reggimento mi ha fatto ispezionare alcune posizioni avanzate e poi mi ha mostrato una dettagliata carta con la disposizione delle sue forze, a difesa di Sollum e del passo di confine. Secondo me i rimarchi che si possono muovere alla composizione ed allo schieramento di queste forze sono i seguenti:

    Ci sono scarse forze schierate in prima linea. Il comando italiano ha l’ossessione delle riserve tattiche ed operazionali ed in definitiva schiera sulla linea principale di resistenza solo 5 compagnie delle 9 disponibili. Secondo me una distribuzione non ottimale. Si rischia di farsi distruggere gli scaglioni separatamente, anche perché le riserve non sono certo terribilmente mobili.

    Le armi anticarro sono troppo arretrate, oltre ad essere poche e non completamente adatte ai compiti che devono affrontare. Ci sono in media 4 cannoni anticarro ogni 500 uomini, ed i cacciatori di carri appiedatati anche loro, dispongono di dubbi fuciloni da 20 millimetri che certo non possono molto contro le corazze dei mezzi inglesi visti in azione sino ad ora. Alcuni rapporti parlano di inefficienza di tale munizionamento sul fiando di un carro leggero a 500 metri, ma non ci sono conferme di questi dati.

    Lo sbarramento minato di fronte alle posizioni, se è quello mostratomi sulle carte dall’ufficiale in comando del reggimento italiano, è troppo rado e con una densità di ordigni non ottimale, comunque sufficiente a mio modo di vedere.

    Le riserve tattiche ed operazionali sono troppo lontane dalla linea di contatto. Essendo per la stragrande maggioranza appiedate, rischiano di avere il loro compito inficiato dal ritardo con cui potrebbero giungere al combattimento là dove richieste.

    Devo anche segnalare la più totale mancanza di mezzi di ricognizione terrestre od aerea, che pone lo schieramento italiano alla mercé delle intenzioni del nemico, qualora questi abbia svolto anche solo un minimo lavoro di ricognizione delle postazioni difensive nemiche.

    L’artiglieria è presente in quantità sufficiente (un intero gruppo divisionale distaccato al reggimento operante, più la batteria organica reggimentale, ma i pezzi sono obsoleti, e soprattutto con una gittata limitata che avrebbe consigliato di spingerli molto più avanti di dove in effetti si trovano.

    Da ultimo la truppa ed i quadri inferiori e medi mi sono sembrati un miscuglio eterogeneo a livello qualitativo, con alcuni reparti sicuramente ben inquadrati e ben motivati, mentre altri senza dubbio lasciano a desiderare nell’aspetto esteriore e nella cura delle armi; presumo quindi anche nell’addestramento e nel morale. Queste differenze non mancheranno a mio modo di vedere di manifestarsi quando verrà il momento della battaglia. Il comandante del reggimento mi ha riferito che ci sono in effetti molti reparti appena giunti dall’Italia che non sono ancora acclimatati alle condizioni del deserto. Il reggimento è stato infatti quasi completamente ricostituito dopo la disfatta di Nibewa. Mi ha confermato il basso livello di morale e di addestramento specifico di qualcuna delle sue unità, e mi ha sinceramente riferito di sperare di poter migliorare la situazione prima che si manifesti l’attesa offensiva inglese prevista secondo il servizio informazioni italiano per la metà del mese.
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    Linea del fronte alla vigilia della prevista offensiva britannica. Purtroppo la mappa non ha una risoluzione abbastanza efficace per mostrarla tutta in una foto singola. Quindi allego la mappetta strategica.
    Si possono comunque notare i due battaglioni in prima schiera ed il nono arretrato sulla strada trasversale in maniera da poter intervenire velocemente a nord o a sud. Ancora arretrata, la linea dell'artiglieria, il comando reggimentale ed a sud della frossa bolla del battaglione artiglieria divisionale, la compagnia genio guastatori, riserva reggimentale di ultima istanza.
     
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  2. Luigi Varriale

    Luigi Varriale

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    Ci si aspettava l’attacco inglese in due settimane, invece quelli attaccarono immediatamente e senza alcun preavviso. Alle 1030 del 6, un possente sbarramento di artiglieria si abbatté lungo tutto l’arco delle posizioni italiane sulla linea di resistenza e anche nelle retrovie. Il bombardamento interessò la 30a compagnia del X battaglione che difendeva la spalla nord dello schieramento difensivo, lo stesso comando del X battaglione e l’area degli obiettivi difesi dalla 45a compagnia del XII battaglione. Nelle retrovie furono colpiti la 48a compagnia, riserva tattica del XII battaglione, e la 17a compagnia del IX battaglione. Fu anche colpita pesantemente la quota di fronte al IX battaglione, che fortunatamente non aveva forze schierate nelle sue vicinanze; ma il tiro su questa località fece capire immediatamente che per gli Inglesi costituiva un obiettivo di attacco.

    In generale il tiro dei pezzi nemici che si stimava fossero di medio calibro, 88 o 115 millimetri non fece in generale grandi danni, alle truppe protette nelle postazioni trincerate, tranne che per il primo plotone assaltatori della 30a compagnia che ebbe quattro caduti e per il comando della 17a compagnia in seconda schiera che ebbe due perdite. Più significativa fu la confusione che l’azione di bombardamento, infatti ci si rese immediatamente conto che le compagnie avanzate ebbero il problema di mantenere i contatti tra i comandi ed i plotoni dipendenti in mezzo al fumo ed al frastuono, in quanto erano stati schierati erroneamente troppo lontano da questi. L’errore era stato ingenerato da una falsa impressione di facilità di comunicazioni data dalla natura del terreno sgombro e piatto. Là dove era stato facile, in una situazione di quiete mantenere i collegamenti a mezzo di razzi o bandierine colorate, divenne invece impossibile tra il fumo ed il frastuono provocato dal cadere delle salve di artiglieria. Fu così che interi plotoni di prima linea vennero a trovarsi tagliati fuori dall’azione di comando dei rispettivi comandanti di compagnia. Una prima lezione appresa dalle truppe nuove al combattimento, e soprattutto al combattimento in quell’ambiente. Non dimentichiamo infatti che la maggior parte delle forze che componevano il 47° erano nuove a tutte e sue le cose e non particolare agio né con l’una e né con l’altra.

    Terminato lo sbarramento dell’artiglieria, l’azione nemica si sviluppò con l’attacco di due compagnie carri ai due estremi del fronte e di un battaglione di fanteria al centro. A nord la 30a compagnia del X battaglione venne investita malamente da una delle compagnie carri e totalmente scompaginata. Lo stesso si verificò a sud, essendo la fanteria italiana totalmente sprovvista di armi anticarro. I cannoni da 47, schierati erroneamente in posizione di rincalzo, arrivarono tardi ed in maniera confusa su posizioni adatte per controbattere l’assalto dei blindati inglesi, ed alcuni di questi vennero anche colti dal fuoco nemico mentre compivano il viaggio di trasferimento. I campi minati si rivelarono infine totalmente inefficaci, almeno all’inizio a frenare l’azione dei carri, in quanto non erano molto fitti.

    La compagnia carri inglese a nord passò attraverso la 30a compagnia distruggendola e poi operò una conversione a destra per lanciarsi sugli obiettivi di secondo scaglione. Le altre due compagnie del X battaglione rischiavano così di essere accerchiate, senza che potessero per altro facilmente ritirarsi, a piedi com’erano, in mezzo al deserto. Sembrò un’anticipazione della battaglia di El Alamein. Complici di questo disastro sul fianco nord, furono la totale inettitudine dalla truppa inesperta appena giunta dall’Italia e la cattiva organizzazione di comando. Il comando del battaglione cercò di dare l’ordine di ritirata, ma solo alcune truppe poterono eseguirlo. Le altre due compagnie del battaglione, si prepararono a resistere almeno all’assalto della fanteria britannica che seguiva i carri, che si rivelò poi essere un battaglione di genieri reali che venivano avanti sparando e ripulendo i campi minati che gli Italiani avevano predisposto.

    A sud il XII battaglione era parimenti assaltato da una compagnia di carri inglesi e se la vide anche molto brutta, specialmente sul fronte della 45a compagnia, totalmente scompaginata dall’attacco corazzato. La 44a invece dovette vedersela contro un battaglione di fanteria nemico. La 48a compagnia, in riserva, si incamminò per contrastare la penetrazione dei carri nemici a sud subito a nord di Sollum, ma il Maggiore Krause aveva visto giusto: sarebbe occorso tempo; le riserve erano state piazzate troppo lontano per poter arrivare sulle zone dove dovevano intervenire, in tempi ragionevoli.

    Veniva quindi attivata la 17a compagnia del IX battaglione, quella del nostro maggiore Vicari per andare ad occupare gli obiettivi di secondo scaglione dove era diretta la compagnia corazzata inglese da nord. Il maggiore richiese che gli venisse aggregata la batteria anticarro reggimentale, cosa che gli venne concessa. Non riuscì invece a mettersi in contatto con il comando del IX perché gli assegnasse la batteria AT da 47 organica al battaglione. Venne pure allertata la compagnia genio guastatori reggimentale, in appoggio alla 17a.

    Per le 15 era tutto finito, con gli Inglesi padroni di tutti gli obiettivi e gli Italiani in rovinosa ritirata verso Tobruk. Vittoria decisiva degli Inglesi e tutto da riconsiderare e da ridisegnare per gli Italiani.

    C’era inoltre da avviare per la seconda volta un grosso convoglio via Mediterraneo per inviare i rinforzi che potessero difendere quello che rimaneva della Cirenaica e possibilmente la Tripolitania.

    Ore grigie per il Regio Esercito, che ancora una volta, di fronte ad un deciso attacco inglese aveva ceduto di schianto.
    Una delle desolanti panoramiche della battaglia di confine. Obiettivi in mano inglese e resti sparsi di fanteria italiana talmente routed che non sono nemmeno riusciti a riprenderli quando gli Inglesi hanno avanzato oltre
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  3. Luigi Varriale

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    Steel Panthers III non perdona il più piccolo errore. Se negli anni 90 avessi apprezzato tutte le caratteristiche di questa simulazione non l'avrei mai abbandonata. Il realismo nel caos della battaglia è addirttura pauroso, e le caratteristiche dei vari eserciti secondo me sono riprodotti molto più fedelmente che in Steel Panthers a 50 metri. Nel primo scenario che ho giocato, la battaglia di Nibewa, gli Italiani riuscirono quasi a fermare l'attacco di una compagnia corazzata con bombe a mano e morsi; non molto veritiero. Qui invece la fanteria disarmata contro carri ha vita molto più dura come era nella realtà, specialmente se le truppe non sono preparate psicologicamente ad affrontare i corazzati (morale ed addestramento bassi). Di conseguenza, le poche armi anticarro a disposizione vanno usate e distribuite con molto giudizio. In quest'ultimo scenario non sono riuscito a farlo, perché ragionavo ancora in scala cinquanta metri, e l'AI mi ha severamente punito.
    Occorre che me lo studi bene sto giochino, perché a rifornimenti giunti nei porti africani, magari con le prime aliquote dell' l'Afrika Korps se ne dovrà riparlare estesamente.
    Il gioco come ha detto giustamente StarUgo può essere molto frustrante, ma la frustrazione è il pane e nutella quotidiano di ogni qualcuno che abbia comandato truppe in operazioni di guerra.
    Rimanete collegati che presto si ricomincia.
     
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  4. Luigi Varriale

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    Nel febbraio 1941 la situazione dell’Asse nel teatro nordafricano cominciava a farsi pesante. L’offensiva Inglese era giunta sino a Bengasi e tutto lasciava presagire una prosecuzione dello sforzo nemico sino alla stretta di El Agheila ed oltre. Fu più o meno in questo periodo che in un convegno a Bologna tra Hitler e Mussolini, si convenne che i Tedeschi avrebbero assistito l’armata italiana con forze terrestri tedesche da schierarsi in Africa Settentrionale e da trasportarsi e rifornirsi a cura della Regia Marina.

    A questa conclusione si era giunti come misura estrema dettata dall’incapacità dell’Esercito Italiano di arrestare e battere gli Inglesi a terra con le loro sole forze. I limiti contro i quali il Regio Esercito si era scontrato erano sia di ordine dottrinale che qualitativo. Per ovviare al primo problema, i capi militari italiani ebbero il buon senso di farsi consigliare e poi di seguire i consigli forniti dall’alto comando tedesco sull’impiego delle truppe terrestri in una guerra moderna. A parere degli specialisti germanici nel campo della tattica e dell’arte operazionale, per il teatro desertico occorrevano formazioni più snelle, più manovriere di quelle messe in campo dagli Italiani nelle prime grosse battaglie in Libia ed in Egitto. Per cui si addivenì ad uno strumento operativo che fu denominato AS (Africa Settentrionale) e che prevedeva l’impiego di gruppi tattici a livello di compagnia semi indipendenti, operanti sotto un comando generale al posto delle pachidermiche e macchinose formazioni di battaglione che erano difficili da manovrare e che soprattutto non avevano la necessaria autonomia a livello di comando e controllo. Da questo provvedimento, al gennaio del 1941 ancora sulla carta, derivò una riduzione quantitativa del dispositivo terrestre italiano che sarebbe stato da compensare con un miglioramento qualitativo ed un potenziamento della motorizzazione del contingente. Quest’ultimo aspetto si collegava al secondo limite da superare per il dispositivo terrestre italiano in Africa: quello dei materiali bellici. Fu quindi deciso di dotare ciascuna compagnia di fanteria di una batteria anticarro e di una sezione fuciloni da 20mm indipendente, allo scopo di portare almeno ad un livello sufficiente la potenzialità di lotta contro i blindati, che si era rivelata un punto molto debole del dispositivo di combattimento italiano contro gli Inglesi. Naturalmente la qualità dei mezzi impiegati era sempre la stessa, ma aumentavano sensibilmente la quantità e la distribuzione delle armi anticarro nei gruppi di combattimento. In più si decise di rinforzare tali gruppi con una compagnia bersaglieri totalmente motorizzata, dotata anch’essa delle unità anticarro come le compagnie standard, con la differenza che queste erano altresì motorizzate. Questa compagnia, unitamene ad una compagnia corazzata dotata dei nuovi carri medi M 13/40 e di un plotone esplorante dotato dei nuovi carri leggeri L 6 avrebbe costituito un nuovo tipo di raggruppamento motocorazzato, denominato appropriatamente "Ariete" di consistenza e qualità ben maggiore di quello impiegato nella battaglia di Nibewa, e che avrebbe conferito agli Italiani una certa capacità di manovra e di urto come mai prima avevano potuto avere. Come ciliegina finale sulla torta, che anzi era un’anguria per dire la verità, il gruppo da combattimento costituito come detto sopra, sarebbe stato affiancato da un contingente tedesco, che almeno sulle prime sarebbe stato costituito da una compagnia carri, un plotone esplorante, una compagnia motociclisti, una compagnia Panzer Grenadieren, e soprattutto da una corposa batteria anticarro/antiaerea da 88 millimetri che disponeva di cannoni in gradi di arrestare qualunque mezzo blindato inglese.

    Naturalmente tutto ciò era ancora sulla carta, in quanto al momento gli Italiani si trovavano con le scarse forze che avevano salvato dal confine libico egiziano con le spalle al mare nei dintorni di Bengasi ed un abbozzo di difesa nella zona di Mechili/Agedabia/El Agheila pronte in caso di guai peggiori.

    Si prevedeva di spedire i rinforzi in Africa con un convoglio gigante che già stava essendo preparato a Napoli e di cui gli Inglesi...erano già giunti a conoscenza. Tale massa di materiali e rinforzi si prevedeva di porli su 8 grossi piroscafi che già attendevano il loro turno per essere caricati sulle banchine del porto di Napoli. Inutile dire che questo convoglio doveva passare; pena la perdita probabile non solo della Cirenaica, ma pure della Tripolitania. Compito degli Inglesi era ovviamente fare di tutto perché il convoglio non passasse, e di questo si dovevano incaricare le forze aeronavali di Malta ed eventualmente le flotte principali di Gibilterra ed Alessandria.
    In anticipazione di queste mosse, e per limitare la capacità di interdizione di Malta, l'aeronautica italiana aveva preparato una grossa missione di bombardaento sull'isola che avava come obiettivi il Porto di La Valletta e l'aeroporto che ospitava, ricognitori, siluranti e bombardieri alleati. La guerra dei nostri eroi (Tenente pilota Velletri e gli ufficiali superstiti della 17a compagnia) continuava senza quartiere.
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  5. Luigi Varriale

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    Febbraio 1941

    La squadriglia si prepara ad una nuova operazione su Malta. Questa è un’operazione in grande stile. Siamo tutti iscritti sul tabellone di operazioni. Scorteremo di nuovo le cicogne per un bombardamento totalitario sul porto, dove si stima siano ancorate due navi da guerra inglesi più qualche sommergibile. Verrà attaccato pure l’aeroporto, che ospita ogni genere di aereo inglese; dai grossi ricognitori Sunderland ai siluranti biplani Swordfish che si spera di cogliere a terra e distruggere. Gli Hurricane che sono stati trasferiti sull’isola saranno, secondo le informazioni, là ad aspettare i bombardieri nostri, e quindi la missione è una crociera di scorta alla 54a squadriglia delle cicogne.

    Volo come leader della sezione gialla. Miei gregari sono Stroppa e Barra. A Barra occorrerà stare parecchio attenti. E’ alla sua prima missione e con gli Hurricane in cielo invece che i Gladiator, potrebbe essere un problema.

    Alla testa della sezione rossa e della squadriglia c’è il Capitano Tenaglia, che ha come gregari i mitici Sinnino e Zaferio, entrambi ottimi e stagionati piloti. Dovremo come al solito stare molto attenti al carburante, in quanto abbiamo appena l’autonomia di arrivare su Malta, cercare di distrarre i caccia dall’attacco ai Br 20 e poi filare a casa prima di di dover poi ammarare nello Ionio invece che atterrare in Sicilia. L’attacco è stato stabilito come difesa indiretta ad un super convoglio che sta per salpare da Napoli per rifornire le nostre truppe in Africa Settentrionale. Indebolendo le forze offensive britanniche basate sull’isola, la speranza è quella di smussare i possibili attacchi a questo convoglio.

    Voliamo a 7000 metri di quota che è previsto come profilo operativo della missione. Sono solamente alla mia terza missione ed il Macchi 200 comincio ad odiarlo. Con sto accidente di tettuccio aperto e la mancanza di riscaldamento in cabina, devo volare seduto a turno su una mano e poi sull’altra per evitare che mi si congelino. Anche la pompa dell’ossigeno non funziona perfettamente. Ogni tanto devo azionare a mano il soffietto perché l’erogazione non si interrompa. Ci vorrebbero cinque mani per pilotare questo velivolo; siamo pur sempre a febbraio e la temperatura a questa quota è pressoché intollerabile anche a queste longitudini.

    Il volo di trasferimento è monotono ed il sole mi ipnotizza fino a quasi farmi addormentare. A 30 miglia dall’obiettivo drizziamo le orecchie come pastori tedeschi. Il nemico potrebbe apparire da un momento all’altro ed occorre stare attenti. Le cicogne ci volano davanti ad un 2000 metri, scaglionati alla nostra altezza o leggermente superiore. Io sono all’estrema sinistra della formazione ad ala che vola a protezione dei bombardieri e sono il primo a vedere il nemico piombare su di noi dall’alto alla nostra sinistra. Ne conto cinque ed arrivano velocissimi. Sono Hurricane. La situazione si fa subito grigia; tento di avvertire il resto del reparto via radio, ma tanto per cambiare le radio, appena staccate le ruote da terra hanno smesso di funzionare, e quindi mi metto a sbattere le ali come un tacchino spaventato, con il che riesco a dare l’allarme a tutta la squadriglia. Maledetto il Macchi 200, la questione delle radio è la seconda ragione per la quale comincio ad odiarlo, e se l’aereo è odiato dai piloti che ci devono volare dentro, non è mai un buon segno.

    Il Capitano Tenaglia non ha bisogno dei miei avvertimenti però; ha visto il nemico arrivare prima di me e si butta in picchiata a sinistra, unica manovra per poter almeno provare a trarsi dalla posizione disgraziata nella quale ci troviamo. Come diavolo sia possibile che gli Inglesi partano sempre da posizione favorevole sfugge completamente alla mia comprensione, ma tant’é: finora, sia nello scontro con i Gladiator, che nel primo combattimento contro gli Hurricane, ci hanno sempre colti più o meno nell’angolo giusto, quello da noi meno sorvegliabile in quanto dalla parte del sole. Gli altri Macchi imitano me e Tenaglia. Siamo costretti a manovrare e perdere quota e velocità per proteggere noi stessi. Il nemico si inserirà tra noi e le cicogne.

    Scivolo d’ala a sinistra in picchiata per farmi sopravanzare dagli Inglesi che non possono perdere tuta la sua velocità di un colpo. La manovra mi sfagiola solo parzialmente ma comunque riesco a portarmi fuori dal raggio di tiro immediato degli Inglesi. Alla mia destra vedo un Macchi, forse quello di Sinnino che spara e colpisce uno dei nemici, che inizia a fumare. fiamme dal motore; colpo fortunato, ma continua a volare allontanandosi sulla destra. Io derapo pure sulla destra e adesso ho gli Hurricane che mi sfilano davanti da destra verso sinistra. Tre di loro sono in coda ad un Macchi; mio Dio! E’ quello di Barra, che vola ignaro come se fosse in un esercitazione. Lo abbatteranno. Strillo disperato alla radio, ma non me ne viene nulla. I bombardieri li ho a sinistra e sfilano per il momento tranquilli verso sud. Quando gli Hurricane avranno finito di vedersela con Barra, se la vedranno anche da loro. Intanto io mi porto sulla destra per cercare di mettere le armi sull’Hurricane danneggiato, ma quel maledetto mi sfila sotto e lo perdo di vista. Butto l’occhio a sinistra dove i rimanenti Hurricane già imperversano sui bombardieri. Ne vedo uno cadere in fiamme. Si aprono alcuni paracadute. Il combattimento è violentissimo, ed io arranco ancora a 330 all’ora cercando di recuperare quota e nemico. E qui interviene la terza cosa che odio del Macchi 200; la scarsa potenza del motore Fiat, che sembrava gran cosa contro i Gladiator, ma gli Hurricane ci seminano come e quando vogliono praticamente a tutte le altitudini. Davanti a me Barra vola ancora, anche se il suo aereo è leggermente sforacchiato. E’ appunto dalla sforacchiatura che lo riconosco come il suo aereo, dato che per tradizione i novellini hanno sempre qualche buco in fusoliera in un combattimento serrato come questo. A parte gli scherzi, lo riconosco dal suo numero 6, dipinto in rosso vivo sulla fiancata. I bombardieri e gli Inglesi mi stanno un paio di chilometri lontano, sulla mia sinistra e ci sono gli altri Macchi che cercano di guadagnare la coda dei caccia inglesi. Tutti siamo stati pesantemente penalizzati dalle manovre evasive che abbiamo dovuto fare all’inizio per non essere impallinati, e adesso con i Fiat da 870 cavalli c’è da sudare e da sperare, per riuscire a raggiungerli. Non c’è altro da fare che dare tutto motore e pregare che i nemici debbano rallentare per effettuare le manovre necessarie per attaccare i bombardieri. L’Hurricane più vicino ce l’ho ad un chilometro e mezzo davanti più o meno alla stessa quota. Mi faccio lacrimare gli occhi per osservare se diventa più grande o più piccolo nel parabrezza anteriore, sempre stando attenti alle ore 6.

    Mentre arranco con fatica verso il nemico, vedo un altro dei bombardieri precipitare in fiamme. Stiamo fallendo nella nostra missione di proteggerli, ma la posizione iniziale di vantaggio degli Inglesi ha portato a questo. Impazzisco di rabbia impotente all’interno dell’abitacolo con la sinistra serrata sulla manetta del gas che vorrei distruggere; posso solo sperare di raggiungere gli stramaledetti Inglesi prima o poi per fargliela pagare. Davanti a me ci sono gli altri cinque Macchi che stanno facendo la stessa cosa e stanno avendo le setesse difficoltà. Onta delle onte, sono l'ultimo della fila.

    Poi improvvisamente ben davanti a me vedo prima uno, poi un altro Hurricane che cadono giù. Sono i mitraglieri dei Br 20 che tirano da Dio sugli attaccanti che sopraggiungono da dietro. Bella figura che facciamo con gli equipaggi delle cicogne; devono scortarsi da soli. Alla fine il combattimento si interrompe quando finalmente il comandante, il Tenente Zaferio ed Stroppa della mia sezione riescono a raggiungere per primi gli Hurricane incollati al sedere delle cicogne e ad abbattere i tre Hurricane superstiti.

    Non ho tempo di avvicinarmi abbastanza al nemico, che il combattimento cessa di colpo per mancanza di aerei nemici. I bombardieri hanno abbattuto un caccia nemico e costretto un secondo a tornarsene alla base tutto scassato; o forse era quello gravemente danneggiato da Sinnino; non lo so . La squafriglia ha abbattuto gli altri tre; uno l'ha annattuto il comandante, un altro Zaferio, e l’ultimo Stroppa. Io sono rimasto a bocca asciutta per mancanza di tempo nel raggiungere il nemico, che tatticamente non mi è sembrato così astuto. Dopo aver sfruttato bene il vantaggio iniziale, si è immolato praticamente nel cercare di abbattere le cicogne. Uno sforzo nobile ma non molto pratico con 6 caccia nemici all’inseguimento.

    Arriviamo a Castelvetrano praticamente a secco per festeggiare la triplice vittoria. Il Capitano Tenaglia aggiunge ai suoi cinque abbattimenti in Spagna, questo primo suo durante la guerra d’Inghilterra, o meglio contro l’Inghilterra.

    Delle cicogne ne tornano tre; due sono state abbattute dalla contraerea sull’isola di Malta dopo essere riuscite a sopravvivere all’incursione dei caccia nemici. Delle tre che tornano, due bisogna anche rabberciarle, che sono parecchio sforacchiate. Tre aerei perduti contro cinque del nemico e la 54a riferisce di avere distrutto uno dei Sunderland al suolo, più un colpo quasi sicuro (che vuo dire che l'anno sicuramente mancato) su di una nave alla fonda nel porto di La Valletta. Tutto sommato non male, ma dobbiamo fare meglio.

    Come ultima considerazione tattica, alcuni della squadriglia come il giovane Barra ad esempio lamentano la scarsezza dell’armamento dei Macchi. Dice che ha danneggiato un “Hurri” che poi è stato abbattuto da qualcun altro. Avesse avuto un armamento appropriato, quell’aereo nemico lo avrebbe distrutto personalmente. Si attira la risposta piccata di Zaferio che gli dice di sparare meglio e lamentarsi di meno.
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  6. Luigi Varriale

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    A Tripoli si attendeva con impazienza che venisse completato il carico a Napoli delle forze fresche che dovevano affluire in Africa Settentrionale. Con ancor più ansia si attendeva presso i vari monconi di reparti mezzi sfasciati che giaceano presso vari punti della Via Balbia dopo le mazzate prese nella battaglia di confine di cui abbiamo narrato nei post precedenti.
    In particolare a Bengasi, un comandante di compagnia carristi del disciolto gruppo da combattimento Babini era più impaziente degli altri di ricevere i rinforzi. Era stato promosso capitano per merito sul campo qualche giorno prima per il suo comportamento in battaglia. Con il suo striminzito plotone di carri M 11/39 aveva favorito lo sganciamento di un intero battaglione di fanteria appiedata, resistendo presso un nodo stradale chiave che se occupato dagli Inglesi avrebbe tagliato fuori l'intero contingente di fanteria. Nall'azione che aveva visto la distruzione a distanza ravvicinatissima di ben cinque carri cruiser nemici, il neo capitano era particolarmente rifulso per valore ed abnegazione. Adesso attendeva nelle retrovie del fronte che la sua compagnia, che era sotto carico a Napoli e dotata di m 13/40 nuovi di pacca, gli venisse consegnata a domicilio a Bengasi. I carri sarebbero sbarcati a Tripoli e poi si sarebbero incamminati via cingolo o forse, se il capitano era fortunato, via carrello da trasporto trainato, fino a Bengasi, dove lui li avrebbe inquadrati, squadrati ed arringati per le attese future battaglie di ricacciamento degli Inglesi dalla Cirenaica. La compagnia carri che attendeva era formata da 17 M 13/40 e cinque nuovi carri leggeri esploranti L6, entrati in servizio proprio nel mese di febbraio a sostituzione degli inutili L 3. Di conseguenza il Capitano era fiducioso anche se al momento a Bengasi la compagnia carristi era formata solamente da lui, dal Tenente Messina, comandante in seconda e dal Sergente Minetti di Milano, che sarebbe stato il cannoniere del suo carro comando. Secondo gli ordini, una volta giunta sul posto, la compagnia carristi che aveva già ricevuto l'identificativo di 135a compagnia Ariete, si sarebbe unita ad una compagnia, anch'essa appena costituita di Bersaglieri al comando di un maggiore di nome Vicari, che il capitano ancora non conosceva, il cui reparto era appunto in corso di trasformazione da fanteria a piedi a bersaglieri motorizzati, con tanto di copricapo "anguria" coloniale ed annesse piume. Sapeva anche il capitano, che tale compagnia di bersaglieri si sarebbe chiamata 8a compagnia.
    Nel frattempo non c'era che da aspettare con le mani in mano sotto il costante pericolo che gli Inglesi riprendessero la loro offensiva prima che i rinforzi giungessero dall'Italia.
    Correva anche voce che i Tedeschi sarebbero intervenuti al fianco degli Italiani nella campagna per l'Africa Settentrionale e che consistenti truppe germaniche fossero pure in corso di trasferimento dall'Italia. Questa notizia non era ancora ufficiale ma le voci circa l'intervento tedesco si moltiplicavano presso tutti i comandi italiani.
    Per intanto il neo promosso capitano mordeva il freno e tempestava il comando portuale di Bengasi ogni giorno perché si mettesse... ogni giorno...in contatto con Tripoli per informarlo dello "stato della sua spedizione".
    Quindi...ogni giorno...il capitano usciva dal distretto del comando portuale e bestemmiava a proposito del fatto che il convoglio non era ancora partito.
    Quel particolare giorno, nel quale le bestemmie erano state particolarmente colorite, il capitano si rivolse esasperato al suo comandante in seconda.

    "Mannagg' o sang, mannagg.....si i cazz dengris attaccan mo' i cummattimm cu stu sfaccimm e canicchiie...i cummatimm !!"

    Il Tenente Messina che era calabrese, qualcosa capì, più difficoltà ebbe il Sergente Minetti che si limitò a guardare il suo capitano e a sorridere. Un capitano del genere non l'aveva mai visto prima. Di marziale non aveva nulla; era un tipo alto e magro, dotato di una lunga e scarna mascella ed occhi azzurri ed incavati. Se ne andava in giro a dorso nudo, pantaloncini corti, quando non idossava solo delle mutande, ed una bandana zozza e impregnata di sudore, fermata con degli occhialoni da deserto. Completavano "l'uniforme" regolamentare scarponcini da carrista, che il capitano indossava anche a 50 gradi, con il che sosteneva con qulunque uffuciale superiore che gli muovesse degli appunti, di indossare la prevista uniforme da deserto.
    Normalmente però non erano molti gli ufficiali superiori che si azzardasero a muovere degli appunti al Capitano Federico Postuma della reale fanteria carrista. Chi lo conosceva e ne conosceva la reputazione in battaglia, si guardava bene dal farlo, mentre chi non lo conosceva ci provava, molto velocemente capiva l'antifona e passava ad altro argomento.
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    Il Postuma si fuma una sigaretta a Bengasi in compagnia del Tenente Messina, reduce da una riunione tra ufficiali in uno dei rari momenti in cui lo si poteva vedere con l'uniforme da ufficiale carrista regolamentare. In questa foto aveva già assunto il comando della 132a e posa davanti ad un L 6 del plotone esplorante.
     
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  7. StarUGO

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    Grande ritorno del Postuma!!!
    P.S. A me gli L6,come carri leggeri,non dispiacciono e non sfigurano di certo con gli MkVI et similia inglesi.
     
  8. Luigi Varriale

    Luigi Varriale

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    per dirti la verità, nessuno dei nostri equipaggiamenti sfigura con quelli inglesi almeno fino alla fine del 41. Certo non nel 40, dove non erano gli equipaggiamenti ad essere inferiori, ma le dottrine e la qualità dei capi. Di tutti i capi, con poche ecccezioni
     
  9. StarUGO

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    Beh,con un M13-40 o 14-41 ad un Matilda gli fai meno di nulla.
     
  10. Luigi Varriale

    Luigi Varriale

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    Perfettamente daccordo, il Matilda era l'eccezione, anche se lento ed impacciato e adatto più al supporto della fanteria che ad operazioni corazzate indipendenti. La sua caratteristica più valida era la corazzatura, da cui derivava la sua lentezza e scarsa agilità. Comunque quando i Tedeschi portarono in Africa l'88, fine dello spauracchio di Matilda. A parte questo, come materiali, gli Italiani combatterono in condizioni di relativa parità qualitativa per buona parte della campagna; almeno fino all'inizio del 42. Ribadisco che era la nostra dottrina che era difettosa, insieme all'addestramento ed all'inquadramento delle truppe. Tutti problemi questi che derivavano dalla scarsità professionale dei nostri comandi. Lo dimostra il fatto che le truppe che combatterono più a contatto con i Tedeschi, una volta che ne assorbirono tattiche e buone pratiche in combattimento, si misurarono ad armi pari con gli Inglesi fino alla battaglia di El Alamein, quando la superiorità numerica ed a quel punto anche qualitativa degli alleati ebbe il sopravvento.
     
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  11. Luigi Varriale

    Luigi Varriale

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    Diario di guerra della Torpediniera Quintino Sella, in servizio scorta convogli con il ruolo di capo flottiglia. Diario compilato a cura del primo ufficiale TV Luciano Aimone

    6 feb 1941

    Navighiamo a 5 nodi in cerchio a capo della formazione di torpediniere costituita oltre che da noi anche dalle gemelle Giovanni Nicotera e Bettino Ricasoli. Prenderemo in consegna un convoglio formato da 6 piroscafi tra trasporti truppe, mercantili e 3 grosse petroliere. La nostra missione è di scorta diretta; saremo quindi parte della formazione del convoglio. Tutte le navi del convoglio sono dirette a Tripoli. L’arrivo al porto di sbarco è previsto nella mattinata dell’8 ed il convoglio, secondo gli ordini impartiti da Supermarina, seguirà la rotta a ponente di Malta e della Sicilia. Nel fonogramma contenente la direttive per l’operazione, è riportato che il motivo della scelta della rotta di ponente è che l’aviazione dovrebbe essere riuscita a neutralizzare il reparto aereo di Sunderland basati a Malta, eliminando così per il momento per lo meno la capacità di ricerca e ricognizione marittima del nemico. Quindi si è deciso da parte del supremo comando navale di sfruttare la brevità della rotta di ponente, valorizzando la temporanea circostanza che per questo viaggio, la minaccia maggiore dovrebbe essere costituita dai sommergibili nemici e non dagli aerosiluranti.

    E’ prevista una scorta indiretta al convoglio, che verrà assicurata dalla III Divisione incrociatori pesanti la quale navigherà circa 10,000 metri davanti a noi. Questo reparto avrà il compito di reagire a qualunque attacco di navi di superficie inglesi che dovessero essere inviate contro il convoglio. Si sa per certo che a Malta è basata una squadra britannica formata da navi leggere che è stata creata appositamente per la caccia ai nostri convogli, e la presenza della III divisione serve proprio a neutralizzare questa minaccia di superficie.

    Alle 0600 incontriamo le navi da scortare, dopo aver incrociato la III divisione che ci ha indicato le coordinate esatte del convoglio. Prendiamo quindi posizione davanti ed ai fianchi della formazione di mercantili che organizzo in tre colonne: colonna di sinistra, formata nell’ordine dai piroscafi Sant’Anna, Gregorio e Linus. La colonna centrale con le tre cisterne Ramb, Crimi e Galatea; e la colonna di destra che è formata dalle Motonavi Filzi, Urania e Belsiade, che trasportano il personale destinato in Africa.

    Assumiamo immediatamente le posizioni assegnate con La Quintino Sella in testa al convoglio, Nicotera a destra e Ricasoli a Sinistra; una formazione antiaerea ed antisommergibile. Come detto la protezione antinave è costituita dalla scorta indiretta della III Divisone IP circa diecimila metri di prua al convoglio.

    Perviene dieci minuti dopo le sei il fonogramma da Supermarina con gli ordini operativi che confermano la rotta a ponente di Malta e l’informazione che Armera ha comunicato la distruzione a terra dei reparti da ricognizione aerea nemici sull’isola.

    Alle 0640 ci mettiamo su rotta 202 per la punta occidentale della Sicilia.

    Navigazione tranquilla fino alla punta di Trapani che approcciamo alle 2216

    Alle 1547 del 7 dic. Siamo sul parallelo di Malta. Ancora nessun segnale ci fa pensare che il convoglio sia stato individuato. Non si vedono aerei in cielo per tutto il giorno. Evidentemente è vero che la ricognizione aerea inglese non funziona.

    Come previsto alle 0718 dell’8 Dic il convoglio entra senza nessuna noia nel porto di Tripoli per iniziare lo sbarco del materiale e del personale, mentre la divisione della scorta indiretta incrocia fuori delle acque del porto per assicurare la copertura.

    Alle 0809 lo scarico del materiale viene iniziato.

    Alle 0839 dell’8 Sic l’idrovolante n° 4 della 97a squadriglia OA di Tripoli comunica un avvistamento che Supermarina ci gira immediatamente per fonogramma. Un incrociatore ed un cacciatorpediniere nemici a 105 miglia dalla nostra posizione su un rilevamento di 36 gradi. Deve essere la temuta forza anti convoglio di base a Malta. La rotta del gruppo nemico è approssimativamente di 268 e la sua velocità 26 nodi. Supermarina decide che la nostra rotta di rientro passerà a levante di Malta per evitare l’intercettazione da parte del gruppo di superficie nemico. Nel contempo indirizza la III divisione IP a cercare di intercettare a nostra volta il nemico e coglierlo di sorpresa.

    Alle 0900 il convoglio ha scaricato la seconda nave ed alla stessa ora la III divisione Abruzzi comunica di avere in vista un gruppo di aerei nemici che viene all’attacco verso di lei.

    Alle 0904 ci si accorge che gli aerei nemici non identificati dirigono invece di puntare sugli incrociatori, dirigono verso di noi. Ci viene subito dopo comunicato che una squadriglia di caccia nostri ha decollato da Tripoli per intercettare gli aerei nemici.

    Viene dato l’immediato allarme aereo e ordino alla Ricasoli ed alla Nicotera di aprire il fuoco appena il nemico è a tiro. Questo si rivela piacevolmente preciso per noi e uno Swordfish precipita in mare a 2500 metri dal convoglio. Si identifica un secondo Swordfish in rapido avvicinamento da rilevamento 0-20 gradi. Il primo aereo nemico è stato abbattuto dal Nicotera. Il Secondo Swordfish riesce a sganciare un siluro ad una distanza di circa mille metri o meno, che pare dirigersi contro il Piroscafo Linus. Il secondo Swordfish è abbattuto, dop aver sganciato il siluro, questa volta dal Ricasoli.

    Alle 0907 il siluro lanciato dal defunto aereo nemico colpisce a mezza nave il piroscafo Linus. Una enorme esplosione si produce nella rada del porto. Ordino al Ricasoli di portarsi subito a soccorso della nave sinistrata, ma appare subito chiaro che il suo destino è segnato. Tutti compartimenti della sala motori sono allagati e la Linus continua ad imbarcare molta acqua. Ci prepariamo a raccogliere i naufraghi

    Alle 0932 la Linus affonda all’interno del porto di Tripoli. Prezzo pagato dal nemico; due aerosiluranti.

    Alle 1000 intercettiamo un secondo messaggio in fonia da Supermarina dove si informa che nostri aerei in picchiata Breda 65 partiti da Tripoli hanno messo a segno una bomba su di un incrociatore tipo Arethusa ed una sul cacciatorpediniere che lo scorta. Deve essere per forza il gruppo inglese anti convoglio.

    Lo scarico del convoglio dura fino al pomeriggio dell’8 febbraio, tempo durante il quale l’ammiraglio Spadari da ordine alla III divisione di ingaggiare battaglia con la forza di superficie inglese. Riceviamo per conoscenza copia dell’ordine operativo, con il tassativo ordine di ritardare la partenza del convoglio per il ritorno in Italia, fino a quando la nostra divisione incrociatori non ripulisce lo Ionio dal nemico.

    La sera dell’8 febbraio, riceviamo l’ordine di salpare da Tripoli con le navi del convoglio vuote ed alte sull’acqua. La motonave Linus l’abbiamo persa tramite attacco nemico al siluro e giungono i rapporti sulla battaglia degli incrociatori. Pare che sia l'Arethusa, identificato come IL Aurora che il CT di scorta, identificato come il Lively, siano stati affondati. Da parte nostra abbiamo perso il CT Aquilone, mentre pare che il Trieste sia stato semidistrutto. Pochi danni sull’Abruzzi. Illesi gli altri CT della III divisione.

    Il servizio informazioni comunica che una nuova squadriglia di Hurricane ed una di Swordfish sono atterrati a Malta, probabilmente lanciati da una portaerei proveniente da Gibilterra o da Alessandria. Gli Inglesi non sono riusciti a fermare il nostro convoglio, anche se l’hanno danneggiato. Noi invece non ci siamo nemmeno accorti del loro, e le perdite navali sono state dure da entrambe le parti. A ciò si devono aggiungere i due Swordfish che le mie TP hanno abbattuto sul cielo di Tripoli.

    Supplemento 9 feb 41:

    In navigazione alla volta della Sicilia. Assunta formazione scorta antisom da parte delle mie TP sulle otto navi mercantili rimaste.
    Intercettiamo il segnale radio inviato in chiaro da Supermarina che indica la posizione del sinistro delle navi inglesi in maniera che possano essere inviati i soccorsi. A noi è fatto epresso divieto di fermarci a raccogliere qualunque naufrago. Rimane il pericolo dei sommergibili inglesi e non possiamo correre rischi. Il messaggio indirizzato ai comandi ingelsi contiene anche un elogio alla perizia ed al valore della Royal Navy. Solidarietà tra marinai.

    secondo me gli Inglesi devono cominciare ad essere preoccupati. Con le due navi che gli abbiamo affondato due giorni fa, il conto arriva a sette. Noi abbiamo subito la prima perdita definitiva: il CT Aquilone. Certamente pare che il Trieste avrà bisogno di lungo tempo per rientrare in servizio, ma comunque è tornato alla base. L’Abruzzi è riparabile in due scenari.

    2300 dell’8 dic riprende rotta per Palermo

    Una foto scattata da bordo dell'Incrociatore Pesante Abruzzi. L'Aurora scompare sotto le onde del mare dopo essere stato tempestato dai 203mm dell'incrociatori italiani a distanza ravvicinatissima. Secondo il rapporto di battaglia, l'incrociatore inglese ha rifiutato la resa, pur avendo tutta l'artiglieria fuori uso ha continuato a sparare con le armi contraeree e con le mitragliatrici fino a quando non è sparito negli abissi. Onore e gloria al nemico.
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  12. Luigi Varriale

    Luigi Varriale

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    Da Comando Supremo a Supermarina e.p.c Superaereo per eventuali operazioni di supporto.
    A seguito sviluppo attività belliche in Mediterraneo et conseguente occupazione di Creta da parte delle forze britanniche il Duce ordina che vengano immediatamente iniziate operazioni di contrasto al traffico convogliato del nemico tra L'Africa/Palestina et territorio metropolitano greco.
    A tal uopo predisponete unità navale idonea at contrasto di tale traffico at più presto possibile et comunicate eventuali desiderata per partecipazione reparti aerei
    Pregasi interessare comandi dipendenti et comunicare studi relativi at codesto Comando supremo
    Accusare ricevuta
    f.to il Capo di Stato Maggiore Generale
     
  13. Luigi Varriale

    Luigi Varriale

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    Alla fine di febbraio, gli Inglesi non si decidevano a riprendere la loro offensiva nel settore di Bengasi, ed al comando superiore dell’Africa Settentrionale non era ben chiaro il motivo. In ragione di ciò di decise di rafforzare la massimo le difese di questa zona onde rendere assai costosa, magari proibitiva, una ripresa offensiva del nemico per la conquista totale della Tripolitania.

    Il comandante del contingente tedesco inviato in Africa, Generale Wilheim Streich però la pensava diversamente: se gli Inglesi non attaccavano doveva esserci qualche motivo specifico di debolezza da parte loro ed occorreva invece sfruttare questo momento per passare all’iniziativa e possibilmente ricacciare il nemico da dove era venuto.

    In prima schiera, sulla presunta linea di contatto ad est ed a nord della piazzaforte, vi era un gruppo da combattimento misto italo tedesco appena costituito, di forza reggimentale agli ordini, per lo meno formalmente, di un Tenente Colonnello italiano. Il gruppo da combattimento era stato formato con i rinforzi giunti testé dall’Italia con l’ultimo giro di spedizioni navali. Consisteva di un battaglione di fanteria, una compagnia bersaglieri, ed una compagnia corazzata. Tale forza aveva l'appoggio diretto di un intero gruppo gruppo artiglieria media da 100mm, ed era stato rinforzato convenientemente da un kampfgruppe germanico composto da una compagnia corazzata, la 15a, una compagnia di Panzer Grenadieren, la 194a, ed un battaglione esplorante, il 33°, che era però incompleto in quanto la sua compagnia motociclisti era stata devastata mentre veniva scaricata a Tripoli, da un attacco che aveva affondato la nave sulla quale era trasportata, il piroscafo italiano Linus. Nonostante queste perdite si riteneva, per lo meno da parte del Generale Streich che con queste forze di prima schiera, l’Asse potesse tentare una controffensiva a sorpresa che avrebbe messo in difficoltà gli Inglesi. Di questo suo intento operativo, il comadante tedesco misa al corrente il Maggiore Shurz, comandante del Kampgruppe germanico schierato intorno a Bengasi, formalmente sotto il comando del Ten.Col. Ciccoletti comandante del reggimento avanzato, ma in realtà direttamente collegato con il corpo tedesco d’Africa e da questi dipendente. Questa era la situazione strategica nel momento in cui le forze tedesche del Kampfgruppe Shurz raggiungevano le loro posizioni assegnate ad est della piazza di Bengasi.
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  14. Luigi Varriale

    Luigi Varriale

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    Diario di guerra della 8a compagnia bersaglieri teatro dell’Africa Settentrionale, a cura dell’ufficiale alle operazioni, Tenente Giulio Sforza.

    All’inizio del mese di febbraio 1941, a seguito del riordinamento delle forze italiane in Africa Settentrionale, la fu 17a compagnia della distrutta divisione Lucca, viene ricostituita e trasformata in 8a compagnia bersaglieri. La trasformazione, operata con complementi e materiali giunti dall’Italia, consiste nell’assegnazione di 25 camion LC-39 per il trasporto della fanteria e delle armi pesanti, nella dotazione dei caschi coloniali muniti di relative piume e nell’aggregazione al nuovo reparto di una batteria anticarro organicha equipaggiate con cannoni da 47mm e di una batteria di cannoni per fanteria da 65mm. Invariata rimane la presenza del plotone miraglieri con mitragliatrici pesanti Breda da 8mm e quella del plotone caccia carri munito di fuciloni anticarro Solthurn da 20mm. Al comando della compagnia viene confermato il Magg. Vicari, che ha come comandante in seconda il Cap. Ugo Star, due plotoni di bersaglieri autoportati due plotoni di mitraglieri autoportati ed il plotone comando.

    La compagnia è raccolta a nord dell’oasi di El-Kufra, essa stessa situata alla periferia est di Bengasi in attesa di ordini; ordini che però tardano ad arrivare in ragione di una certa confusione nella catena di comando esistente al momento tra le forze italiane presenti in prima schiera a contatto col nemico.

    La settimana scorsa è giunto in zona un Gruppo da combattimento tedesco (Kampfgruppe) di consistenza sconosciuta che dovrebbe agire in cooperazione con le forze italiane allo scopo di opporsi ad ulteriori operazioni offensive degli Inglesi in direzione della stretta di El Agheila e del Tripolino.

    Secondo le frammentarie notizie che abbiamo ricevuto, il comando superiore starebbe costituendo un reggimento italiano di formazione nel quale la compagnia dovrebbe essere inclusa, ma per il momento siamo nella più totale confusione. Ieri è transitato attraverso gli appostamenti della compagnia un reparto corazzato nazionale dotato di carri leggeri L 6, un tipo che non avevo mai visto prima, e svariati plotoni di M 13/40 carri medi. Il comandante di tale reparto, un maggiore dei carristi di nome Postuma ci ha informati che sarebbe stato incaricato di prendere la compagnia sotto il suo comando a costituzione di un raggruppamento motocorazzato italiano di nuova formazione chiamato gruppo Ariete. Il Maggiore Vicari che ha conferito con questo ufficiale si è dimostrato scettico nell’accettare l’azione di comando di un ufficiale suo parigrado, sia pure con più anzianità e sull’argomento siamo in attesa di comunicazioni ufficiali.

    7 febbraio 1941

    chiamati a rapporto via radio dal Ten.Col. Ciccoletti presso l’oasi di Bug Shalm alla periferia nord di Bengasi. Carichiamo un plotone di bersaglieri su un convoglio di 4 automezzi e ci dirigiamo verso nord lungo una polverosa pista desertica che taglia tutto il fronte ad est e a nord della città. Viaggio penoso in un mare di sabbia con la pista appena accennata e delimitata da una serie di paletti infissi nella sabbia ad appena visibili. La cabina scoperta dell’automezzo costringe a coprirci le facce con sciarpe ed altri mezzi di fortuna per evitare di finire soffocati dal polverone dei mezzi che precedono. Giunti sul posto ed espletate le formalità di sicurezza attraverso una serie di posti di blocco presidiati da fanteria italiana e da un autoblinda tedesca di tipo che non avevo mai visto prima e che ci conferma la presenza di truppe tedesche nell’area, veniamo ammessi nella tenda comando dove il Signor Colonnello sta animatamente discutendo con un ufficiale della fanteria tedesca in tenuta desertica ed elmetto d’acciaio in testa. Siamo presenti io, il Capitano Star ed ovviamente il maggiore Vicari. La discussione è assai vivace e dalle traduzioni dell’ufficiale di collegamento appartenente al comando del maggiore apprendiamo che i Tedeschi hanno ricevuto l’ordine di compiere una puntata esplorativa/offensiva a nord ed a est di Bengasi per rendersi conto delle intenzioni e della consistenza del nemico, fermo oramai da quasi un mese sulle attuali posizioni senza dare segno di una ripresa offensiva. L’altezzoso ufficiale tedesco, un maggiore, comunica che secondo le norme di comportamento dell’esercito tedesco, in una siffatta situazione occorre mandare avanti aliquote esplorative ed essere pronti a sfruttare qualunque successo. Se non che il Ten.Col. Ciccoletti risponde che i suoi ordini sono di rafforzare le posizioni difensive ed opporsi a qualunque tentativo nemico di prendere o aggirare Bengasi. Al che il Tedesco risponde che è pronto ad intraprendere l’operazione con le sole truppe tedesche e che il Signor Colonnello si prende la responsabilità di un eventuale insuccesso. Poi aggiunge l'irrispettosa affermazione che è giunta l’ora che gli Inglesi capiscano che la musica sul teatro nordafricano è cambiata. Il Tenente Colonnello ingiunge al Tedesco di fare quello che vuole; lui si atterrà agli ordini ricevuti dal comando superiore italiano.

    Decisamente la cooperazione dei due alleati dell’Asse in Africa Settentrionale comincia nel peggiore dei modi, anche perché pare che la confusione e l’incertezza dei vincoli organici delle truppe presenti in teatro si estenda anche ai livelli superiori.

    I Tedeschi abbandonano la tenda comando ed il Tenente Colonnello si rivolge al Magg. Vicari per chiedergli notizie della sua compagnia. Il Signor Maggiore fa un resoconto verbale della situazione e dello schieramento della 8a compagnia bersaglieri. Il Tenente Colonnello ci informa che alla nostra sinistra sono schierate le tre compagnie di fanteria in linea e che la nostra compagnia, più la compagnia corazzata Ariete sono destinate alla difesa manovrata ad est di Bengasi nel caso in cui gli Inglesi decidano di aggirare da sud la piazzaforte. Il Ten.Col Vicari domanda quale sia la consistenza del gruppo da combattimento germanico schierato a nord della città a cavaliere della Via Balbia, ma il Ten.Col. Ciccoletti risponde di non saperlo, il che fa capire ancora di più in quale stato di disorganizzazione si trovi il comando dell’armata italo-tedesca in Africa Settentrionale. Il Signor Tenente Colonnello ci ingiunge di non intraprendere alcuna missione offensiva senza il suo espresso ordine e di rinforzare invece le nostre posizioni difensive. Se i Tedeschi vogliono attaccare, dice il colonnello, che attacchino pure da soli. Non sono venuto qua per farmi comandare da loro, è l’ultima frase che il Colonnello pronuncia prima di congedarci. Il Maggiore Vicari accenna alla situazione dei vincoli organici con la compagnia carrista nelle posizioni antistanti alle nostre ed alla pretesa del suo comandante di prenderci sotto la sua autorità; del che il signor Tenente Colonnello pare non sapere nulla ed al proposito, ci ingiunge di uniformarci alle richieste del maggiore carrista. Il Comando Superiore l’ha informato della istituzione di un reparto corazzato di formazione e visto che noi non facciamo strettamente parte del suo battaglione, possiamo senz’altro considerarci agli ordini di tale reparto. Conclude il Tenente Colonnello dicendo che se questo reparto corazzato esiste, l’intera unità, inclusa la nostra compagnia, deve trovarsi sotto il suo comando, visto che a lui e solo a lui è stato assegnato il comando di tutte le truppe italiane in zona e teoricamente pure di quelle tedesche.

    Ce ne torniamo alle nostre posizioni più confusi di quando siamo partiti, ma con ben fermo nella mente l’ordine di non intraprendere alcuna iniziativa, senza l’espresso comando del Ten.Col. Ciccoletti. Quando siamo quasi arrivati a destinazione, nel torrido sole di mezzodì, e con un viaggio a ritroso non meno penoso di quello dell'andata, riceviamo via radio l'allarme della compagnia carri del Maggiore Postuma. corazzati inglesi in avvicinamento da est sono stati individuati dal plotone esplorante corazzato circa una decina di chilometro a nord est delle sue posizioni. almeno un plotone autoblindo e due plotoni carri avanzano velocemente verso ovest e verso le posizioni della fanteria italiana. La compagnia corazzata si occuperà di prendere il nemico sul fianco sinistro senza alcun indugio. Il maggiore Postuma ordina a noi di muovere in avanti, scavalcando le sue posizioni e dirigere nelle retrovie dell'avversario per poi convergere a nord ed accerchiarlo. Ma noi in teoria siamo vincolati agli ordini del Ten.Col. Ciccoletti.
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  15. Luigi Varriale

    Luigi Varriale

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    Le informazioni sulle intenzioni e la consistenza del nemico prendono consistenza con l’inizio del turno 3. Il comando della compagnia Pavia informano che la forza delle truppe nemiche avanzanti verso la sua posizione è di un intero battaglione corazzato rinforzato da una compagnia autoblindo. La voce concitata del comandante della Pavia giunge al nostro comando in chiaro. Egli informa che sta disponendo le scarse armi anticarro di cui dispone, ma chiede urgenti e consistenti rinforzi o evidentemente la sua compagnia verrà spazzata via.

    La compagnia Savona, appostata sul ciglione nord prospiciente l’oasi di Bug Shalm informa a sua volta che un plotone di carri nemici avanza verso l’oasi stessa. Potrebbe essere, a giudizio del comandante della Savona, l’avanguardia di un secondo battaglione carri.

    Da queste prime osservazioni sembrerebbe che il nemico concentri il suo sforzo principale sulla direttrice adducente alla rotabile trasversale che da Bengasi si dirige verso est, in maniera da attaccare la posizione del dispositivo italiano al centro e tagliarlo in due. Il Maggiore Postuma ci conferma l’ordine di avanzare lungo la direttrice sud per minacciare alle spalle l’intero dispositivo nemico. Il Maggiore Vicari mi da ordine di mettermi in contatto con il comando del gruppo da combattimento e di chiedere conferma al Ten.Col. Ciccoletti. Dopo vari tentativi, riesco a stabilire il contatto radio con tale comando, che autorizza la manovra e chiede informazioni circa la posizione e le intenzioni della compagnia corazzata Ariete. Rispondo che non sono a conoscenza delle intenzioni della compagnia corazzata, ma che questa ci chiede di scavalcarla e di agire verso nord per cadere sulla sinistra del nemico, ben alle sue spalle. Rispondo anche che presumiamo che la compagnia corazzata si orienti ad attaccare la massa dei carri nemici sul fianco sinistro, per quanto in decisa inferiorità numerica. Su sollecito del Maggiore Vicari, chiedo al Tenente Colonnello se è a conoscenza dell’azione delle truppe tedesche sulla Balbia, ma quello mi risponde di non avere nessun contatto con il Kampfgruppe germanico. La situazione continua quindi a permanere assai confusa.
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  16. Luigi Varriale

    Luigi Varriale

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    Duemila metri davanti a noi, mentre avanziamo sulla destra della pista desertica verso nord, vediamo i carri L6 del plotone esplorante scomparire in un turbinio di sabbia, fumo e fuoco. E’ l’artiglieria inglese che arriva a bersaglio; devono aver individuato il reparto sul ciglione e l’hanno preso di mira con i cannoni. Gli M 13 invece li vediamo svoltare a sinistra e scomparire dietro il ciglione stesso; evidentemente il Maggiore Postuma vuole prendere il battaglione corazzato inglese alle spalle per alleggerire la pressione sulla Pavia, che è ben al di là della nostra visuale, ma la cui odissea continua, dal momento che riferisce sulla rete del reggimento di essere sotto pesante fuoco dell’artiglieria nemica, allo scoperto, e con i carri nemici che le stanno piombando addosso.

    Noi abbiamo cominciato il movimento verso nord come ordinato dal maggiore Postuma. Il Maggiore Vicari continua a non digerire la dipendenza gerarchica da un parigrado, ma il Ten.Col. Ciccoletti l’ha autorizzata e quindi occorre obbedire agli ordini. La nostra formazione di marcia vede il plotone bersaglieri del S.Ten. Lapina in testa alla compagnia, seguito dal grosso di cui fa parte anche il nostro plotone comando. In coda, le sezioni mitraglieri e caccia carri. Arretrate e sulla destra, la batteria anticarro e la batteria cannoni, seguono a distanza di sicurezza. Nulla ci giunge circa piani ed intenzioni delle rimanenti truppe italiane. Meno di nulla ci giunge circa la situazione del Kampfgruppe tedesco le cui sorti sono sconosciute non soltanto a noi, ma pure al comando reggimentale.
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    Carro inglese A13, esemplare analogo a quelli usati nell'attacco contro le posizioni della compagnia Pavia
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  17. Luigi Varriale

    Luigi Varriale

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    Al turno 6 la Pavia e la Bologna erano state investite in pieno dall’attacco corazzato nemico ed erano in totale rotta. Questo lo si poteva chiaramente capire sia dalle intercettazioni delle comunicazioni radio, che tra l’altro andavano e venivano nel caos del capo di battaglia e sia dalle osservazioni dirette dalla compagnia carri Ariete che aveva potuto osservare da tergo l’azione dei carri nemici sui quali aveva, sempre secondo quello che si udiva alla radio, cominciato un debole tiro. Il piano del Maggiore Postuma era chiaramente quello di forzare l’azione alle spalle del battaglione carri inglese e smorzarne l’impeto offensivo. Il plotone esplorante riceveva invece l’ordine di intercettare ed ingaggiare con il tiro dei suoi cannoni da 20mm la fanteria nemica in secondo scaglione, che era rimasta distaccata dai carri ed arrancava circa tre chilometri dietro a questi.

    Secondo una stima più accurata fatta dall’osservazione congiunta delle tre compagnie di fanteria italiana in campo, si giunse alla conclusione che i battaglioni di carri inglesi all’attacco dovevano essere due e non uno solo. Un secondo battaglione agiva contro la compagnia Bologna, schierata a nord della Pavia. L’attacco inglese puntava dritto alla strada trasversale tra le due oasi con l’intento di tagliare in due le nostre forze e distruggerle separatamente. Se questa manovra fosse riuscita, non vi era più nulla tra il nemico e Tripoli. L’Africa Settentrionale sarebbe stata perduta.

    Non vi era né modo né tempo per la terza compagnia italiana, la Savona, di manovrare per portarsi sulle terga dei battaglioni corazzati inglesi, e per altro non avrebbe nemmeno avuto le armi con i quali affrontarli. Questi erano infatti stati non solo non fermati dalla fanteria italiana che avevano assaltato, ma neppure rallentati; tant’è che nemmeno l’Ariete aveva avuto la piena opportunità di giungere a tiro del nemico provenendo dalle sue spalle. Questo non voleva dire che il Maggiore Postuma non avrebbe continuato a provarci. Sicuramente doveva rendersi conto dell’importanza del momento. Se le truppe italiane non fossero riuscite, con il loro migliorato equipaggiamento a fermare i Britannici, allora voleva dire che non c’era proprio nulla da fare. Per altro gli Inglesi continuavano ad essere numericamente superiori alle ridotte forze italiane a seguito delle precedenti battaglie.

    Per quanto riguarda noi, il Tenente Colonnello Ciccoletti ci affidò il compito, in contrordine a quanto stabilito dal Maggiore Postuma di accorciare notevolmente il braccio della nostra azione, e di deviare a sinistra lungo il passo di Homs per riprendere gli obiettivi che gli Inglesi avevano già conquistato. Lo scopo di questa modifica al piano operativo era evidentemente che le cose stavano andando ben diversamente da come il piano operativo aveva previsto che andassero, ed i battaglioni carri nemici erano passati attraverso la nostra fanteria come se essa non esistesse. Il comandante sperava che se avessimo ripreso gli obiettivi intermedi, gli Inglesi sarebbero stati costretti a distogliere almeno un’aliquota delle loro forze d’attacco per prendere provvedimenti in proposito. Assistetti personalmente al colloquio via radio tra il Maggiore Vicari ed il comandante. Il primo avvertiva che qualora gli Inglesi avessero fatto dietro front per attaccare noi, ce la saremmo vista brutta. Il Ten.Col. Ciccoletti tagliò corto, confermando gli ordini e adducendo a rafforzativo della sua tesi, che i carri nemici, con siffatta manovra sarebbero sfilare per contromarcia lungo il campo di tiro dell’Ariete e per di più prestando il fianco. Ci Invitò anche, il Tenente colonnello, a far il miglior uso possibile delle batterie di armi pesanti di cui la nostra compagnia disponeva, in misura ben superiore a quella di cui le normali compagnie di fanteria disponevano. Il Maggiore Vicari si limitò a dare il ricevuto e a diramare gli ordini conseguenti ai vari plotoni, che mezzi dispersi in mezzo al deserto com'erano, ci volle un po’ per poterli informare tutti del cambiamento di piani. Un altro problema che avevamo era la viabilità sul terreno difficile che attraversavamo con i mezzi CL 39. In mancanza di una buona pista desertica, fuori strada il mezzo avanzava a velocità solamente di poco superiore a quella della fanteria a piedi, il che complicava non di poco i nostri movimenti. Non eravamo ben certi che il comando si fosse reso conto di questo problema; del resto era la prima volta che impiegavamo autocarri nei reparti avanzati.
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  18. StarUGO

    StarUGO

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    Vorrei venisse messo a verbale che il Ciccoletti comincia da subito a starmi sul czz.
     
  19. Luigi Varriale

    Luigi Varriale

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    Annotato e messo nel diario storico dell' 8a bersaglieri a beneficio dei posteri.
    "...il vicecomandante dell' 8a bersaglieri, che ben vedeva e sempre aveva visto il dinamismo tattico del Postuma, cominciava a dare segni di nervosismo nei confronti dell'atteggiamento prudenziale del comandante in capo..."

    Resoconto (continua) della battaglia di Bengasi

    Al turno 7 non c’era dubbio che i due battaglioni carri inglesi erano oramai sui loro obiettivi lungo la strada trasversale. Da parte nostra noi puntavamo tutto sull’occupazione degli obiettivi intermedi. Due compagnie di fanteria, la Bologna e la Pavia erano decisamente spacciate, non in grado di far nulla contro i carri nemici, avendo tra l’altro perduto tutte le armi anticarro. Il Tenente Colonnello Ciccoletti, costantemente aggiornato sulla situazione dal Postuma e dal Tenente Grimaldi del plotone esplorante corazzato su L6, non aveva però ancora perso tutte le speranze di poter raddrizzare la situazione. Il suo piano era quello di creare una zona di distruzione delle truppe corazzate nemiche, inducendole a tornare con almeno parte delle loro forze sui loro passi, in direzione degli obiettivi intermedi. Per far ciò ordinò al plotone di Grimaldi di ripulire dalla fanteria nemica tali obiettivi, alla 8a compagnia bersaglieri di occuparli materialmente, schierando poi tutte le sue armi anticarro ad attendere il ritorno dei carri inglesi, ed all’Ariete di appostarsi lungo il ciglione sud del passo di Homs per devastare sul fianco i carri nemici in transito a ritroso per ricuperare il controllo delle loro basi di partenza. Si trattava certamente di un piano disperato, ma di più il Ten.Col. Ciccoletti non si poteva inventare, dal momento che nonostante il potenziamento in armi anticarro, la fanteria italiana continuava a non essere in grado di contrapporsi alle truppe corazzate inglesi, anche se ad attenuante di ciò, in questa battaglia, vi era il fatto che essa fosse stata soverchiata anche numericamente in un rapporto di quasi 3 a 1. Occorreva ora, se si voleva avere ancora qualche speranza di non essere respinti fino a Dakar, mettere gli Inglesi in una posizione tattica svantaggiosa, e questo Ciccoletti contava di fare con gli ordini impartiti. Venne pure ordinato alla compagnia Savona, l’ultima compagnia di fanteria italiana ancora in grado di combattere di convergere a destra per formare la spalla ovest della supposta zona di distruzione, piazzando oculatamente la sua batteria anticarro ed il suo plotone si solothurn. Come ultimo provvedimento, il Ciccoletti distacco entrambe le sue batterie mortai di battaglione, sia quella motorizzata che quella appiedata alla suddetta compagnia Savona, in maniera da avvicinarle il più possibile ad una zona dalla quale avrebbero potuto battere la fanteria nemica sugli obiettivi intermedi. Questa manovra avrebbe però richiesto tempo, specialmente per la batteria a piedi.
    M 13/40 dell'Ariete prima dell'inizio della battaglia di Bengasi
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    L'ottimistico piano del Ten.Col. Ciccoletti
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  20. StarUGO

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    Aldila' della eroica opposizione della fanteria italiani nel primo scontro contro gli inglesi,a cui provoco' gravissime perdite,e della buona prestazione degli ATG nello stesso scontro,le seguenti prestazioni dei cannoni anticarro italiani sono state pressoche' nulle e non per carenze degli stessi.
    Secondo me c'e' qualcosa che non funziona nel dispiegamento e uso tattico degli ATG.
    Arrivano sempre in ritardo sullo scontro e vengono messi in posizione quando il nemico e' gia' oltre mentre dovrebbero essere gia' posizionati a coprire gli obiettivi e tendere imboscate ai carri nemici.
    Sono dei size 0,hanno la possibilita' di tenersi nascosti ai carri nemici fino a che questi giungono a distanze anche brevi,questo pero' non vale se devono essere sganciati dai loro trattori e messi in posizione sotto lo sguardo nemico.
    Anche il fatto che gli inglesi non effettuino ricognizione preventiva con unita' scouts ma mandino avanti direttamente i carri aiuta e spinge a tendere imboscate.
    Insomma il posizionamento iniziale,secondo me,va rivisto.
     

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